Udite e nostri lacrimosi canti, di doglie pieni e de ira, poiché m'è forza a discoprir mie' pianti. Piangi con meco, piangi, o mesta lira;
seghi la doglia che copiosa iscende col furor entro ch'al mio cor s'aggira. Come con l'aure la fiamma si stende fra gli stridosi cispugli e virgulti,
così Amore in me sue faci incende. Occhi, piangete; e voi, che indarno occulti soffrite pene, o sospiri miei, spandete questi mie' versi piangiosi ed inculti.
E voi pietosi, che provato avete che sian le doglie qual' soffran gli amanti, con meco e vostri danni e' miei piangete. Piangiamo insieme e lacrimosi canti,
dipoi che 'l ciel ne elegge a viver sempre in doglie e in pianti. Convience pur seguir tuo imperio e legge, spiatato Amore? Ah, quanto è felice
chi in dolce libertà sua vita regge! Col cielo irato nacque ed infelice colui in chi Amor suo forza prova, se viver lieto amando mai non lice.
Che dir? che isdegno né ragion mi mova a odïarti, ingrata Mirtia, in cui mie dolor o servir pietà mai trova? O più, più volte beato colui
che a fuggir o rinvenir errori divien più saggio dal dolor d'altrui! Udite, giovinetti, i nostri ardori: vedrete le miserie degli amanti,
poi prendete arte, vita, opre migliori. Noï seguiamo e lacrimosi canti, di doglie e d'ira carchi; seguiam cantando e cominciati pianti.
Io mi godea aver pensier' mie' scarchi da e grievi imperii, con che Amor ne fiacca; e gioco m'era tutti gli altrui incarchi. Gir come cerva assetata e stracca
già vidi amante, che languendo errava fra gli aspri lacci ch'ognor più l'atacca. Io fingëa cagion', i' l'arestava, i' mi godëa di suo pene: io
quel ch' in me soffro in altrui beffava. Oimè, ch'or sono a mal mio grado pio; ed èmmi in noia ogni fronte austera, e chi meco non piange el dolor mio.
Amor mi t'ha suggetto, o Mirtia altera, iniusta, crudel, ingrata. O stolto chi per donna servir merto mai spera! Che fia, Amor, di me, or che m'hai isvolto?
Amore spiatato, trïompha, godi, s'or piango e lacci ch'i' beffava isciolto. Potrò io, che? sgroppar mai questi nodi? potrò io, che? fuggir mai chi m'isdegna?
ma vinci, Amor, che d'ingiuriar ti lodi! Vinci, feroce, vinci; mostra, insegna quanto abbian forza le tue fiamme e strali, poi che tuo furia in chi ama regna.
O infelici, o miseri mortali, o inferma ragion, o fragil vita, onde passar deggiam fra tanti mali? Se Marte spesso o Neptunno c'invita
a seguire la sua incerta fede, ov'è ragione e libertà ismarrita, e pur giova el soffrir, ove altri vede star certo premio, o fin di tanti affanni;
ma Amor sa solo non aver merzede. Amor sa solo fabricar inganni, con mille ingegni allettar gli amanti, con mille iniurie rinovar lor danni.
Seguiamo adunque e lacrimosi canti, d'ira pieni e di doglia; seguiam cantando e cominciati pianti. Stolto, non sapev'io ch'Amor ispoglia
d'ogni viril difesa e intera pace chi non raffrena, a·llui seguir, suo voglia? Aimè, questo sperar ch'ora mi sface, quel primo annumerar ogni tuo laude
state catene son troppo tenace; que' vezzosi occhi, onde Chupido applaude, onde suo strali, face e reti intende; quel fronte tuo, ove e' superbo gaude;
quella finta modestia, che ostende essere ingegno in te talor piatoso, amar mi fe', ch'a pianger or m'incende. Chi si credesse mai che cuor sdegnoso,
crucci o pensier' sì ostinati e rei fusse in tal donna, o sì Amor dannoso? Chi non sperasse merto da costei? chi non rendesse premio al mio servire?
Bellezze insidïose agli occhi mei! Non ti move pietate el mio languire? non ti penti stratiar chi in te si fida? non ve' tu che t'è biasimo il mio martire?
Tu pur ti ridi di mie' pianti e strida, e pur t'agrada pur seguir durezze, per più avampar l'ardor che in me s'annida. Non agroppar, non argentar tuo trezze;
non purpura, auro, gemme, fronde o fiori son laude o pregio alle tue bellezze. Ma aver impero in chi te sola adori, saper usar la fede e diligenza
di chi te sempre lodi e sempre onori t'e pregio, Myrtia; e bella donna, senza aver chi speri in sue bellezze amando, è indegna di biltade e riverenza.
Mira le lacrime e i sospir' ch'io spando; pensa alle fiamme, a l'isciolto furore, ch'ognor fra' mie' pensier' corre ondegiando. Ah dura, spïatata Mirtia, core
di tigre, di ghiaccio: o inumana, s'a piatà non ti incende il nostro ardore! Ah feroce Amor, così fa', sbrana mie' nervi e forze, ardi, consuma me me,
satia qui in me tuo arte e man profana. Ïo posso provar fatiche extreme, ultimi casi, dolori e martiri, ove soffrendo mi mantenga speme.
E vo' sperar, benché a ragion m'adiri, ché mai son satii di sperar gli amanti, né Amor mai satio di pianti e sospiri. Seguiamo ancora i lacrimosi canti,
di doglie e d'ira incesi; seguiam cantando i dolorosi pianti. Saran costumi in te mai sì scortesi, che sempre isdegni chi, in servir te una,
tiene e sue voglie e tutti i pensier' tesi? Se 'l ciel in te ogni bellezze assuna, se donna soprastai d'ogni altra ornata, se a grandirti facil hai fortuna,
quanto sera' tu, quanto più beata, se sapra' farti amar più che temere! Bellezza è men che cortesia lodata. Non sien ingrate mai, né sian severe;
abbian pietà degli infelici amanti chi spera laude di bellezze avere. Ricominciamo e lacrimosi canti, pien' di lamenti e stridi;
seguiamo e nostri dolorosi pianti. Ma stolto, qual cagion vòl ch'io mi sfidi d'Amore, di Myrtia, e di me stesso? Anzi, il mio servir vòl ch'io mi fidi.
Vidi salir servendo uom già dismesso, né mai fu bella di pietà mai priva; e un tardo amor gir lieto vidi, e spesso fronde appassata rivenir più viva;
e un grieve tronco, che·llo isvelse il fiume, con l'onda che 'l rapi, rigir a riva; e in vecchio ausello giovinette piume; e fiamma ho vista sostener più vènti,
poi ravivarsi, onde si spense el lume. Speriamo adonque fine a' mie' tormenti; serviam sperando, infelici amanti: miserie Amor soffrir c'insegna e stenti.
Finiamo adonque omai e nostri pianti; posiamo la lira, il plectro, e lamenti; diànci a più lieti e più soavi canti.
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