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1753–1828

LAMENTO D'ARISTO

Ippolito Pindemonte

Stracciò dal crine il mirto, onde solea La poetica fronte Aristo ornarsi; Aristo d'ermi campi, e d'erme selve Fatto pensoso abitator: dal crine

Quelle stracciossi allegre frondi, e il colle Salì rapidamente, alla cui vetta Sorgon bruni cipressi, ond'è ricinto Del pallido Eremita il sacro albergo,

Ed un ramo ne svelse, e intorno al capo Sel girò, se l'avvinse; indi si fece Sedil d'un sasso, di rincontro a balze Di grato orror dipinte; e poi che alquanto

Con la mente vagò da sé lontano, Trasse lungo dal core imo un sospiro, E tai sensi innalzar l'udì la Notte, Che già in fosco tingea la terra, e il cielo.

Queste del gufo, il qual duolsi alla Luna, Non son le voci flebili, allungate, Che nel silenzio della notte bruna Ad un oppresso cor giungon sì grate?

O pensieroso augel, di ria fortuna Portator ti accusò la vecchia etate: Ma udito, se ver fosse il detto antico, T'avrei la notte, in ch'io perdea l'Amico.

Spirto gentil, la solitaria vita, E questi, ov'io mi chiusi, ermi soggiorni, Fanno che alla mia scorsa età fiorita Con la memoria, e a te più spesso io torni:

Ma da rimorso ho l'anima ferita, Ché dappoi che tu vivi eterni giorni, Mille e più volte il Sole uscìo dall'Indo, Né ti sparsi su l'urna un fior di Pindo.

Pur chi di te sovra il mio canto avea Dritto maggior, che al fianco mio prendesti Spesso il più erto della via Dircéa, E me, che vacillava, in piè reggesti?

Forse a chiaro d'onor segno io giungea, Se tu givi più tardo in fra i Celesti: Forse con gli anni tuoi Morte superba Anco la gloria mia recise in erba.

Or più di questa gloria io non mi curo, Ché un nulla al fine la conobbi anch'essa. Un ben più assai, che quel non è, sicuro Alma, che sa cercar, trova in sé stessa.

Mia delizia è il sedermi, ove d'oscuro Bosco cader vegg'io l'ombra più spessa, Ove con interrotto e tardo passo Mormora un roco rio tra sasso e sasso.

Come, se fossi meco in questi colli, Lieto vedresti i pensier fermi e gravi Tu, che spesso dai vani un tempo e molli Con dolce improverar mi richiamavi;

E della schiavitù degli amor folli Sciorre l'incatenata alma tentavi. Io, benché amante del mio mal, la mano Baciava, che volea tornarmi sano.

Ma no, non fu con la mortal tua vesta Il suon per me della tua voce spento. Entro mi parla, e chiara e manifesta Dal fondo alzarsi del mio cor la sento.

Tale sovente, o non diversa inchiesta Le movo: È morte così fier tormento? È l'arrestarsi nell'uman viaggio Duro così? Non è, risponde, al Saggio.

Ed in vista dei ben falsi, e di quanto È nel Mondo d'errore e di follia, Di bassa ambizion, d'inutil vanto, Festoso ei dal suo fral si disciorria:

Ma l'amistà, ma l'amor fido alquanto Fanno al suo dipartir l'alma restìa, Onde ai più cari suoi, languido e tardo Rivolge indietro, e sospiroso un guardo.

Con quest'ultimo sguardo io m'incontrai, Che al tuo letto di morte era dappresso, E sì tenacemente lo serbai Da indi in qua negli occhi fidi impresso,

Che non pur ch'io vedessi oggetto mai, Che fitto si restasse in lor, com'esso, Ma quel, che ho innanzi, con sì vivi tocchi Forse non si colora a me negli occhi.

Oh fatal sempre e amara rimembranza, Ma cui non posso far ch'io non sia tratto! Ogni più debil luce di speranza Quel primo orribil dì fu spenta a un tratto,

Che il fisico gentil nell'egra stanza Venuto, e messo di chi ascolta in atto, Toccò la vena, e di presaga stilla L'amica a un tempo inumidì pupilla.

Tutto allor mi s'offrì l'eccidio mio Compendiato in quel funesto segno. Rapido cresce il fatal morbo, ed io Con l'arti inefficaci invan mi sdegno.

Il la voce talvolta al cielo invio: Più che d'eletti spirti il sommo regno, Forse non ha, per tante macchie immondo, Mestier di virtuosi esempi il Mondo?

Mentr'io sì fatte cose in cor favello Presso i cari origlier (già Notte andava, Né maggior lume ivi splendea di quello, Che scarso e tristo una lucerna dava)

Ecco a un tratto veder parmi un drappello, Che al doloroso letto intorno stava, Di molto in vista ragguardevol donne: Ma con viso piangente, e fosche gonne.

Eran le Sagge, a cui vien posto il nome Dalle onorate lor belle fatiche, Critica, Geometria con sciolte chiome, Poesia, Storia, e le Favelle antiche.

Gìansi tra lor riconfortando, come S'usa in fortuna ugual tra fide amiche: Ma il fean così, che più che dar, di loro L'una all'altra parea chieder ristoro.

Poi dal letto scostarsi, e d'improvviso Le veggo in fila dall'un canto porsi, Come a dar loco, riguardando fiso Verso la porta, ov'io pur l'occhio torsi;

E la soglia varcar Donna di viso Maraviglioso, e d'atto augusto io scorsi, Che al tetto giunge con la fronte, e intorno Raggia dalle pupille un aureo giorno.

Come vi lampeggiasse, il loco tutto D'un tremolo fulgor si rivestiva. Pur la nobile Donna avvolta in lutto Tenea la faccia: or che saria giuliva?

Ma d'ogni pianto era il bel volto asciutto, Dolente, sì, ma qual conviensi a Diva; Tal che il duol nel suo viso, e in un del vinto Duolo il trionfo si vedea dipinto.

Alle bende del crine, ed a quel bianco Velo, che ricopria le membra ignude, Alla catena, ond'è sventura ir franco, Temprata d'ôr su non mortale incude,

E all'aurea chiave, che pendea dal fianco, Ove sculto appariva il Ciel dichiude, Religion conobbi, e un sacro orrore Mi sentii l'imo ricercar del core.

Ma mentre veggo, che all'amico letto Ha la celeste Donna il piè rivolto, E ch'io già del ginocchio in terra metto, Da quella dolce vision fui tolto.

Egli morìa; ma con sicuro aspetto Attendea l'ora, che l'avria disciolto: Non io così, ch'era a soffrir men forte Quella, che mia parea più, che sua morte.

Se la pompa feral di quella sera Romper non vidi l'orride tenebre Col tetro lume della bianca cera, Né il sacro udii di pace inno funebre,

Qual pro, se tutto nell'orecchio m'era, Tutto innanzi mi stava alle palpebre? Se della tomba sua ne' sentier bui, Benché lontano, io discendea con lui?

Poscia in me tal provai lugubre senso, Come dal ciel mi fosse il Sol caduto; Né che restasse mai notturno io penso Viandante in cammin deserto e muto,

Com'io rimasi, né tra mare immenso, Senz'ago conduttor, nocchier perduto: Ed anche in mezzo a cittadino stuolo Gran tempo andò, ch'esser mi parve solo.

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