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1753–1828

LA SOLITUDINE

Ippolito Pindemonte

Pien d'un caro pensier, che mi rapiva, Giunto io mi vidi ove sorgean d'antica Magion gli avanzi su deserta riva. Cinge le mura intorno alta l'ortica,

E tra le vie della cornice infranta L'arbusto fischia, e tremola la spica. Scherza in cima la vite, o ad altra pianta In giù cadendo si congiunge e allaccia,

E di ghirlande il nudo sasso ammanta: E con verde di musco estinta faccia Sculto Nume qui giace, e l'umil rovo Là gran pilastro rovesciato abbraccia.

M'arresto; e poi tra la folt'erba movo: Troppo di cardo o spina al piè non cale, E nel vóto palagio ecco mi trovo. Stillan le volte, e per l'aperte sale

Passa ululando l'Aquilon, né tace Nel cavo sen dell'oziose scale. E pender dalle travi odo loquace Nido, entro cui tenera madre stassi

I frutti del suo amor covando in pace. Quindi sul campo con gli erranti passi, Per via diversa dalla prima, io torno. Veggo persona tra i cespugli e i sassi.

Sedea sovra il maggior masso, che un giorno Sorse nobil meta d'alta colonna: Abbarbicata or gli è l'edera intorno. M'appresso; ed era ossequiabil Donna:

Scendea sul petto il crine in due diviso, E bianca la copria semplice gonna. Par che lo sguardo al ciel rivolto e fiso Nelle nubi si pasca, e tutta pósi

L'alma rapita nel beato viso. Chi sei? le dico; ed ella, i rai pensosi Chinando, Solitudine m'appello: Diva, sempre io t'onorai, risposi.

Mettea dal mento appena il fior novello; Ed uscendo, tu sai che parlo il vero, Dal folleggiar d'un giovanil drappello, In disparte io traeva; e se un sentiero

Muto e solingo a me s'apria, per esso Mi lasciava condur dal mio pensiero. Poscia delle città lodai più spesso Rustico asilo, e più che loggia ed arco,

Piacquemi un largo faggio e un brun cipresso. Questo so ben: ma che sovente al varco Un Nume t'aspettò, pur mi rammento, Rispose, e che per te sonar fe' l'arco.

E stato fora allor parlar col vento Il parlarti de' campi, e morte stato Far un passo lontan dal tuo tormento. Ma tutto de' tuoi giorni era il gran fato

Seguir la tua giovine Maga, e meno Curar la vita, che lo starle a lato, E dal torbido sempre, o dal sereno Lume degli occhi suoi pendendo, berne

L'incendioso lor dolce veleno. È vero, è ver: ma chi mirar l'eterne Può in man d'Amor terribili quadrella, E non alcuna in mezzo al cor tenerne,

S'egli al fianco si pon d'una donzella, Che ad una fronte, che qual astro raggia, Giunga in sé stessa ogni virtù più bella, Che modesta ci sembri, e non selvaggia,

Varia, né mai volubile, che l'ore Viva tra i libri, e pur rimanga saggia? Ora l'età, l'esperienza, e il core Già stanco, ed il pensier, che ad altro è vólto,

Di me stesso potran farmi signore. Sorrise allor sorriso tal, che al volto Senza tor maestà crebbe dolcezza, La casta Diva; e così dir l'ascolto:

Molti di me seguir punge vaghezza; Ma vidi ognor, come a poche alme infondo Fiamma verace della mia bellezza. Alcun mi segue, perché scorge immondo

Di vizi e di viltà quantunque ei mira: Questi non ama me, detesta il Mondo. Non ama me, chi del suo Prence l'ira Contro destossi, ed in romita villa

Esule volontario il piè ritira; Ma la luce del trono, onde scintilla Su lui non balza, egli odia, odia l'aspetto Del felice rival, che ne sfavilla.

Non chi la lontananza d'un oggetto Piange, che prima il fea contento e pago, E gli trasse partendo il cor del petto; Ma d'un romito ciel si mostra vago,

Per poter vagheggiar libero e oscuro Pinta nell'aere l'adorata imago. Questi voti d'un cor, che non è puro, Odio; e di lui, che in me cerca me stessa,

Solo gli altari e i sagrifizi io curo. Ma quanto a pochi è dagli Dei concessa Alma, che sol di sé si nutre e pasce? Che ogni dì, che a lei spunta, è sempre dessa?

Che ognor vive a sé cara? Uom, che le ambasce Del rimorso, torcendo in sé la vista, Paventerà, questi per me non nasce. Questi sol qualche ben nel vario acquista

Tumulto, perché in lui strugge e disperde La conoscenza di sé stesso trista. Ma su lucido colle, o per la verde Notte d'un bosco, co' pensieri insieme,

E co' suoi dolci sogni, in cui si perde, Passeggia il mio fedele, e duol nol preme, Se faccia d'uom non gli vien contro alcuna, Perché sé stesso ritrovar non teme;

E nel silenzio della notte bruna Estatiche fissar gode le ciglia Nel tuo volto soave, o argentea Luna; E per l'ampia degli astri aurea famiglia

Gode volar, di Mondo in Mondo passa, Passa di meraviglia in meraviglia. Levando allor la fronte trista e bassa, Deh! grido, se ti spiace il culto mio,

E che pensi di me, saper mi lassa. Il tuo culto sprezzar, no, non poss'io: Ma scosso appena dalle gialle fronde Avrà l'Autunno il lor ramo natio,

Che tu darai le spalle a queste sponde, E d'altro filo tesserai la vita Ove Città sovrana esce dell'onde. Né però dal tuo core andrà sbandita

La voglia di tornare al bosco e al campo, Tosto che torni la stagion fiorita. E se nol vieta di due ciglia il lampo, Se una dolce eloquenza non ti lega,

Ti rivedrò; né temo d'altro inciampo. Ciò detto, in piè levossi; ed io: Deh! spiega, Se ancor mi s'apparecchia al core un dardo. Ella già mossa: Il labbro tuo mi prega

Di quel, che dubbio pende anco al mio sguardo.

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