Candido Nume, che rosato ha il piede, E di Venere l'astro in fronte porta, Il bel Mattino sorridente riede, Del già propinquo Sol messaggio e scorta.
Fuggì dinanzi a lui Notte, che or siede Sovra l'occidentale ultima porta, Con man traendo a sé da tutto il cielo, E in sé stesso piegando il fosco velo.
E intorno a lei s'affollano battendo Fantasmi e Larve le dipinte piume, E gli Amori, che lagnansi fuggendo Del sollecito troppo e chiaro lume.
Più non s'indugi: sovra il colle ascendo? O in riva calerò del vicin fiume? Scelgo la via, che monta, e movo in fretta Il Sole ad incontrar su quella vetta.
Oh quali mi sent'io per le colline Fresche fresche venir dolci aure in volto, E ciò portar che accorte pellegrine Tra gli odor più soavi hanno raccolto!
Pare che Voluttà l'aureo suo crine Abbia testè disviluppato e sciolto, E sparsa l'immortal fragranza intorno, Ond'è superbo il giovinetto giorno.
Non Voluttà, che dal procace aspetto, Dal sen nudo, e da gli occhi ebbrezza spira: Ma quella, che lo sguardo in sé ristretto O tiene, o a riguardar modesto il gira,
Cui tra bei veli appena il colmo petto, Come Luna tra nube, uscir si mira, E che sparse ha le man de' fior più gai, Che spesso odora, e non isfronda mai.
Più non regna il Silenzio: ecco d'armenti, D'augei cantori mille voci e mille, Di carri cigolìo, gridar di genti, Onde i campi risuonano e le ville;
Mentre con iterati ondeggiamenti Scoppian le mattutine aeree squille, E gemer s'ode delle braccia nude Sotto all'alterno martellar l'incude.
Par sia Natura, quando il ciel raggiorna. Di mano allora del gran Mastro uscita, O almen ci appar di tal freschezza adorna, Che ben dirla un potria ringiovenita.
Ma oimè che splende alquanto, e più non torna Il soave mattin di nostra vita. Splende, e non torna più quella, che infiora Gli anni prima dell'uom, sì dolce aurora.
D'alte speranze infiora, e d'alte voglie, D'aurati sogni, e di felici inganni. Quella poi viene, che l'incanto scioglie, Grave alla faccia, al portamento, ai panni,
Quella Filosofia, per cui l'uom coglie Nuova felicità conforme agli anni, E un ben, se certo più, meno vivace, Una tranquilla, sì, ma fredda pace.
Benché ancor celi l'infiammata fronte Il Sol dietro a quel giogo alto ed alpestro, Pur su le nubi, che dell'orizzonte Rosseggian qua e là nel sen cilestro,
Pur lo vegg'io del contrapposto monte Su l'indorato vertice silvestro, Pur... Ma ve' ch'egli è sorto, e che dal polo Scaccia ogni nube, ed imperar vuol solo.
Felice impero! Quanto bello ei luce, E in che soave maestà serena! Maestà di gentil Monarca o Duce, Che l'occhio ammirator ferisce appena.
Come di un vivid'oro e d'una luce Tremolante e azzurrina egli balena! Poi la ristringe alquanto, e purga affatto, Onde men grande, e più lucente è fatto.
Io ti saluto e inchino, o di Natura Custode, e ad occhio uman visibil Dio. Che senza te fora la terra? oscura Mole cadente nell'orror natio.
Questa de' prati a me cara verzura, Questi ombrosi passeggi a chi degg'io? Chi Primavera di bei fior corona? Chi di tante ricchezze orna Pomona?
Pur raro a te lo sguardo, e l'alma ingrata, O Re del Mondo, il mortal basso intende. Vive notturno, e in camera dorata, Quasi a te in onta, mille faci accende:
Le cene allunga, e quando la rosata Luce ne' suoi bicchier fere e risplende, Questa luce, che or me di gioia ingombra, L'odia, e la fugge, e cerca il sonno, e l'ombra.
E pur quel caro a lui nettare acceso, Che su i colmi bicchier gli ondeggia e gioca, Ha da te quella grazia, e da te preso Ha quel nobile ardir, di cui s'infoca.
Pur maturo da te quell'òr si è reso, Che su le vesti sue divide, e loca, E quel diamante, che polisce e intaglia, La man ne ingemma, e gli occhi al vulgo abbaglia.
Ché qual rosseggi, rimanendo il Maggio, Nella rosa, e biancheggi entro i ligustri, Tu sei, che in loro imprigionando un raggio, Il diamante e il rubin colori e illustri.
Smani dietro le gemme altri men saggio: Che son, senz'opra di sculture industri? Ma senz'arte o lavor vergine rosa Molcer due sensi può, bella e odorosa.
Vidi talor la tua infocata sfera Uscir della tranquilla onda marina, E vidi l'Oceàn, che specchio t'era, Tutto acceso di luce porporina.
Pregai che l'increspasse aura leggiera, E nuova meraviglia ebbi vicina: Scorsi di più color l'onde ripiene. E noi tanto dell'Arte amiam le scene?
Di sì vago e mirabile oriente Spesso godei, quand'io solcava il mare: Pur non vorrei la dolce erba presente Col soggiorno cambiar dell'onde amare.
Qui pur del Sole i rai veggo sovente, Mentre da foglie e rami egli traspare, Rapirne il verde, e a me condur tesoro Di liquidi smeraldi, e d'ostro, e d'oro.
Il rugiadoso prato, che biancheggia, Tutto al levar del Sol s'ingemma e brilla. Il rivo d'uno sguardo il Sol dardeggia, E il rio volge in ogni onda una favilla.
Erge de' fiumi ancor la muta greggia Talvolta al Sol l'attonita pupilla, E il Sole anch'ella, in sua letizia muta, Quanto i belanti, e i volator, saluta.
Congiungo a queste anch'io la mia favella, E de' miei colli errando per le cime, Con meraviglia della villanella, Che l'estasi mia vede, alzo le rime,
Fin che lunghe son l'ombre, e i campi bella Varietà d'aureo, e di scuro imprime, E l'azzurro del ciel vincono i monti, Che lunge in faccia mia levan le fronti.
Meglio che tra cittade angusta e bruna, Volano al puro aere aperto i carmi: Qui Cirra in ogni colle, ed in ciascuna Fonte Permesso rimirar qui parmi.
Forse giunge il mio canto in parte alcuna, Bench'io voglia tra lochi ermi celarmi: Che non giungano, o Silvia, a te sue note, Benché romito, non bramar chi puote?
Così appunto in quest'ora alma e vitale, Che il Sol de' primi rai l'etere inonda, Lodoletta montante, che su l'ale Si libra, e nuota nella lucid'onda,
Vibra il suo canto solitaria, e tale D'aureo lume Oceàno la circonda, Che si toglie allo sguardo, e in quello avvolta Nessun la vede, e da ciascun s'ascolta.
Oh, com'è questo ciel, sia tale il core! E più non ne rannuvoli il sereno O follìa, che par senno, o dolce errore, Che offre tazza d'ambrosia, ed è veleno.
Sol chieggo, che alle corte ed ultim'ore, Quando vien l'anno della vita meno, Quello almen tra i miei sensi, alle cui porte Sta l'alma per vedere, io serbi forte.
Ma s'io, ciò, Sole, ascolta ancor, s'io mai Alla madre cessar l'omaggio antico Di rispetto e d'amore, o ne' suoi guai Dovessi un dì non ascoltar l'amico;
Se fosse per levar non finti lai, Senza un sospiro mio, l'egro mendico, O da me in vista nulla men dogliosa L'orfano per partire, o l'orba sposa;
Possano d'improvviso entro un eterno Orror notturno gli occhi miei tuffarsi, Ed al tuo, sacro Sol, lume superno, Di trovarlo non degni, invan girarsi:
Né più quindi apparisca a me l'alterno Delle varie stagion rinnovellarsi, Né sul pallido ciel mirar vicino Goda il ritorno del gentil Mattino.
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