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1753–1828

AL SIGNOR GUGLIELMO PARSONS

Ippolito Pindemonte

Concittadin di Pope, e di Miltono Degno concittadin, che d'Arno in riva Guidi per mano le Britanne Muse, E col bel suon delle straniere voci

Ogni attonita svegli eco Toscana, O Guglielmo, mia cura, e in questa verde, Ov'or men vivo, solitaria piaggia, Lungo alla pensierosa alma soggetto,

M'è dolce il flebil suon d'un ruscel lento, Dolce la gaia musica del bosco, Ma più dolci a me fur quell'auree tutte, Che volar festi a me, Delfiche note,

Cui bella cortesia del nettar suo Sparse, e sparse amistà, ch'è ancor più bella. Perché la stessa via correr non posso, E volarmene a te? Certo se l'anno

Cocente, e l'arte del figliuol d'Apollo, Cui di mia vita vacillante in mano Bo posto il fren, me scolorito e magro Non consigliasse alla quiete, e il puro

A respirar de' campi aere odorato, Certo non mi starei; ma lunge i piani Lombardi, e in cima d'Apennin ventoso, Date a' pronti corsier tutte le briglie,

Or sarei teco. O colli ameni, o rive Care alle Grazie, al Genio Italo, all'Arti, O già d'Ausonia, anzi del Mondo Atene, Vaga Fiorenza, e agli occhi miei pel nuovo

Ospite tuo gentile ora più vaga, Ben godrei rivederti, e la tua sacra Ribaciar terra, che cotanta polve Chiude di man famose, onde parlanti

Uscìan le tele, uscìa ne' bronzi e marmi Il pensier degli eroi fuso e scolpito. Felice chi ammirar può l'opre grandi, E di grande città l'aure respira,

La bella degl'ingegni, e al vulgo ignota Vita vivendo. Ma felice ancora Chi del bel di natura il core acceso Sua gioia umìle, e che nessun gl'invidia,

Cela sotto le fresche ombre romite, E or curvo su le prische illustri carte I morti ascolta, e l'età scorse vive, Or pensoso tra il dolce orror de' boschi

Rintraccia ogni dover del Saggio in terra, Si raffronta con sé, tien sempre il mezzo, E a viver caro a sé medesmo impara: O quando regna la stellata Notte,

Tra i penduli dal ciel lucidi Mondi Fa spaziar la liber'alma, ad essa Ravvisar la sua patria, e creder certo A que' lidi, a que' porti il suo ritorno.

E pur giocondo mi sarebbe, o nato A me da sì remota isola Amico, Amoreggiar con teco la soave Terribil Diva d'Amatunta, or molle

Nel Greco marmo e respirante, ed ora Ne' Veneti color tepida e viva. Quindi le logge passeggiar di Pitti Braccio con braccio, e del maggior Fiammingo

Condannando ammirar le tinte audaci, E quai veggiamo a Silia, ed a Quartilla Tutti raccesi di cinabro i volti. Ma dove lascio io te, non pinta, o sculta,

Ma viva e vera d'Albiòn Minerva, Che ora di tua presenza orni il natio Nido del Precursor del tuo Neutono? Scarco mi sentirei del mortal peso,

Se Fortuna tra voi terzo mi fesse, Qual già mi feo sovra l'Adriache sponde, Dolce ed amara rimembranza! Oh come Correria pronta la mia mano al plettro

Presso all'inclita Donna, e a quel, che donna Giunse a chiamarla sua, Spirto canoro, Sovra le cui nettaree labbra, e sotto Le cui tremole dita ogni più bella

Spinta e fiorisce Italica armonia. Men dunque io stupirò, se in mezzo a tanta Aura Castalia, che a te spira intorno, Le neghittose ali Febée riapri.

Ma loderò, che alle lusinghe sordo De' Piacer, che sì dolce han la favella, La qual sotto del molle Adriaco cielo T'era forse nel core alquanto scesa,

Drizzi a più bello ed onorato segno Quella mente, che a te, solo de' vaghi Per favellar misteriosi nulla, Onde suo dire il gentil Mondo intesse,

Non t'infuse nel capo il tuo Pianeta. E loderò, che il più bel fior traendo Dall'opre di Natura, una sovrana Ideale beltà ti formi, e questa

Purissimo amator vagheggi e inchini, E quindi passi a riguardarla in tela, O in marmo espressa, e a meditar com'arte La sua madre e maestra emuli e vinca:

Né pago ancora, i lavor suoi più rari Celebri in carte, che non temon notte. Seguì, Guglielmo: contra i tanti mali Della vita mortal gli Dei pietosi

Non ci dier forse le celesti Muse? Ma se movi talor per via solinga, Al raggio amico di tacente Luna, O tra le Imperiali erbe, o tra quelle

Di Boboli Dedaleo, e in folta selva Con piè non consapevole ti metti, Mormorando tuoi sensi, e col pensiero Tutto levato sovra il corso umano,

Chi sa che al guardo non ti s'offra un'Ombra, Qual ben saresti di mirar contento? Coteste rive dal Britanno Omero Fur viste, e amate; e nel divin suo canto

Suona, e ognor sonerà Fiesole, ed Arno, Ed i ruscei di Vallombrosa, e il nome Del gran Saggio d'Etruria. Oh se la grande Alma onorata veder puoi, ritienla

Tu che puoi farlo, e per me ancor le parla. Dille, come tra l'acque, e all'odoroso Pezzo del suo cantato Eden io vado Con piacer redivivo errando sempre:

Come spesso a veder torno e ritorno Quelle caste bellezze, ond'ei le membra Infiorar seppe dell'angelica Eva; Gli atti, le grazie, e il portamento, e quella

Non finta ritrosìa, pudor non finto, Ritrosìa dolce, e lusinghier pudore, Ed i sospir non falseggiati, e ad arte Gli occhi non volti, o meditato il riso;

E tanti vezzi d'innocenza pieni, Leggiadrie tanto pure, o sieda, o mova, O parli, o taccia, o stia pensosa, o lieta: E dille al fin, come in un Eden vero,

Suoi canti udendo, la mia stanza io muto.

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