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1753–1828

AL CAVALIERE CLEMENTINO VANNETTI

Ippolito Pindemonte

O Clementino, del cadente onore Dell'Italico stil fermo sostegno, Sotto qual ombra le lunghe ore estive Vai sagace ingannando? Obblìo ti prese

Di Pindo amato? O la sonante cetra Scotendo vai, pien di furor giocondo, E immemore del tuo fedele Amico, Che né lieto, né mesto, per le belle

Avesane colline si raggira E legge tua gentil Prosa, che adorna Del chiaro tuo concittadin le Rime? Scuri cipressi, che a quel colle in cima

Fate dell'Eremita al sacro albergo Di triste, e pur soavi ombre corona; Sapete voi, se dell'Amico il nome Odon queste fontane e queste rupi,

O che l'oriental Sole dispieghi Tutta la pompa dell'ardente luce, O che in partendo le montane cime Pinga ed inauri di più dolce foco.

Sapete ancor, se dal frondoso ramo Staccai per altri le sonore corde Dal dì, che la pietosa arte di Coo Dure leggi m'impose, e vietò il caro

Succo dell'uva, allegrator dell'alme, E di note Febée maestro altero. Ma tazza colma di salubre latte Mi viene innanzi sul mattin rosato,

E sul caldo meriggio in gelid'acque Mi raccapriccio: indi m'assido a mensa, Non che frugal, presso che nuda, e quale Non disdiria d'uom penitente al labbro.

Oh! quando fia che ritornare io veggia (Come tutta di brame e di speranze Si regge, e si mantien nostra natura) Autunno pampinoso, il qual per mano

Tenga, e rimeni a me l'alma Salute, Vaga Dea, se a noi mostra il roseo volto, Dea, se da noi l'asconde, ancor più vaga. Liete vendemmie allor faremo: al suono

De' crepitanti cembali, ed a quella Di rurale canzon grazia selvaggia, Con Lalage, e con Delia, unite al coro Delle contadinelle, quasi Dive

Tra mortali fanciulle, allegri balli Condur saprò: di Bacco i rossi doni Succederanno ai candidi di Pale, E allor fia tempo da stancar la cetra.

Intanto giovi a me questo securo, Che ingannare non sa, viver tranquillo, E i piacer solitari, onde son cinto; Contento pur, se alle mie nari il grato

Odor dell'ammontata erba recisa Recan le passeggiere aure cortesi; Se al vicin faggio, sotto conscia notte, Memore l'usignuol farà ritorno,

Non imparate a scior musiche voci, Gli amor suoi gorgheggiando, e i miei diletti. Qualunque vita, sia ridente, o grave, Tumultuosa, o cheta, oscura, o chiara,

Porta in sé stessa i suoi piaceri, e il folle, Che d'altri beni vuole ornarla, sempre Del piacer troverà maggior l'affanno. O cieca stirpe di Prometeo, quando

Di gridar cesserai contro le date Sorti ineguali? Un comun senso, Amico, E un contento comune havvi non meno, Ed in ogni destin, quant'uomo il puote,

Felice è l'uom; sol che virtù non fugga: Virtù, Ninfa bellissima, che a tazze Bee, dove nulla mai d'amaro ha il dolce, Che del par gode se riceve, o dona.

Danzar la vedi? Un fortunato evento Coronò l'opra, che da lei tentossi. Ebbe triste novelle? Oscura dogiia Non spiega in fronte; e se talvolta piange,

Non è letizia d'altra Ninfa, o riso Che più soave di quel pianto sia, Di quel pianto, onde torna anche più bella. Suda, né stanca è mai; ricca, ma parca,

Fruisce il ben, né però sazia resta. Nulla le manca: ché bramar non puote, Ch'esser più bella ancora, e sol che l'aggia Bramato, ei basta; già più bella è fatta.

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