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1458–1530

XVIII

Iacopo Sannazaro

Che pensi e indietro guardi, anima trista? Tempo è da chiuder gli occhi, almen per non veder cosa men bella. Partito è 'l sol che ne solea dar vista,

e par che non li tocchi alcun pensier di te, sua fida ancella; ché l' una e l' altra stella, le gemme e l' oro, la neve e le rose

ne sono in tutto ascose per lo suo dipartir; e 'l dolce viso ha tolto agli occhi nostri il paradiso. Vago giardin, tu sai ben quanto è grave

il mio danno, anzi il nostro; c' avemo ambi perduto un sì bel fiore. L' äer vicin, che pien d' odor su5ave rasserenava il chiostro,

turbido è fatto; e ben mostrò dolore, perché sentiva amore, ogni fior sottoposto a sì bel piede, e dove ella si siede

e 'l delicato lembo a l' erba sparse. Chi non l' ebbe si dolce, e chi l' ebbe arse. Partita è la tua gloria, e tu tel senti, che, mentre ella gioiva

ne l' albergo gentil, tuo pregio fue: or tu ten piangi al suon de' miei lamenti, ché 'l sol di sé ti priva e già vanno in oblio le laude tue.

Io, vinto da le sue luci, rimango cieco e senza appoggio: così di poggio in poggio vo contando a le selve i miei martiri,

rompendo il ciel con più caldi sospiri. Aimè, che 'l saggio e grazïoso volto altronde ognun contenta col chiaro lampeggiar di suoi bei rai:

e 'l mio cor porta a le sue trecce involto e dì e notte il tormenta, e tal che insino a qui sento i suoi guai; per che io non spero omai

di vederlo mai più, come già il vidi. Ahi, alma, in che ti fidi, s' ogni nostro piacer passa e non dura e in queste opra mortal tutto è ventura?

Caldo pensier mel forma inanzi, come chi nel suo albergo torna, e parmi ognor udir sua voce altera; vedo il bel ciglio, ov' è dipinto il nome

che nel mio cor soggiorna, credendo esser in ciel, come dianzi era. Poi ch' io comprendo vera- mente esser dilongato il mio conforto,

freddo, attonito e smorto, come uom fatto di marmo, alor divento, vedendo il mio pensier portarne il vento. Erbe e fior che sentiste il divin lume,

e voi, donne, che i suoi raggi vedeste, e udiste le parole da trar un monte et acquetar un fiume, piangete meco, poi

che s' è da noi partito il nostro sole. Già di me sol non dole, ma di noi, che del suo calor siam privi. Amor, perché assentivi

a tanto male? or non bastava il mio, senza sollicitar l' altrui desio? Rendi a la vita nostra il vero speglio d' ogni forma e virtute,

e torna la speranza al primo obietto. Minor mal fòra, se non era meglio, levarni ogni salute che la presenzia del suo bel aspetto;

ché un sincer diletto, non ha ben che 'l pareggi, e non è male a la perdita eguale. Sì che provedi tu, ché in tua bilanza

è riposta la tema e la speranza. Sospir dolenti e rozzi, per voi farebbe andar a cui v' intenda, acciò che 'l si comprenda

che 'l sfrenato desio, che fuor vi tragge, è noto a monti, a fiumi, a selve, a piagge.

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