Spirto cortese, che, sì bella spoglia lassando in terra, sei salito al cielo per le degne virtù che 'n te fur sempre, perché accendesti d' uno ardente zelo
così fervidamente ogni mia voglia, che mi fur grate l' amorose tempre; tanto, lasso, convien ch' io mi distempre, desïando venir là ove sei gito,
per lo tuo dipartir da noi sì presto, c' altro esser più molesto del mio non è, né di peggior partito; ché poi che mia speranza in tutt' è morta
di riveder la luce alma e soave che solea uscir da que' begli occhi fòre che per sua stanza tenne un tempo Amore, e d' udir il parlar che par non have
d' altro saper, il mio pensero apporta a l' alma mia, c' ognor più si sconforta di star al mondo, un sol fermo desio: morir, per rivederti, ogni ben mio.
Solamente per te m' era sì grata questa vita mortal, fragil, noiosa, spirto, più che mai fosse altro, gentile, per la dolce tra noi fiamma amorosa
e di nostri desii la speme usata. Poi che, lassando questo loco umile, possiedi il ciel, conviemmi cangiar stile, e là dove di star desiava al mondo
per contemplar il tuo leggiadro volto, in cui sempre raccolto era 'l ben mio, ch' io veggio or posto al fondo, d' uscirn' io prego, e veder presto il fine
del mio esser qui rimaso in tant' inganni. Lasso, che fòr d' ogni credenza, privo son di quel lume risplendente e vivo che soleva addolcir tutti i miei affanni,
da quelle luci uscendo alme e divine, che alla calda stagione et alle brine con un solo voler fermo e sincero tenne fiso in madonna il mio pensero.
Oh disaventurata sòrte mia! Un picciol marmo copre quelle membra c' oltra 'l corso mortal facevan bella colei, che giorno e notte la rimembra
il pensier stanco e sempre la desia. E certo, ben che veder non posso ella in questa vita, ahi!, empia Morte fella, non ti mosse a pietà quella beltate
c' allor allor fioria negli anni suoi? Securamente pòi dir che né 'n questa et in null' altra etate la falce tua fior sì leggiadro colse.
Almen, poi che di tòrlo a te pur piacque, non fosse io qui rimaso lacrimando e di quïete e di riposo in bando! Quel dì che la mia donna morta giacque,
tanto questa alma mia di te si dolse, invida, strana Morte, che si volse sùbito disperata da ogni canto ad un, senza alcun fine, amaro pianto.
Fatti son gli occhi miei duo vivi fonti pel tanto lacrimar la notte e 'l giorno, e non fien mai, per quel ch' io veggio, asciutti, se pria, lassando lo mortal soggiorno,
non mi dà il mio destin che là su monti, ove son gli altri lieti spirti tutti intorno a te, bella alma, ricondutti, com' al valor che dimostrasti in terra,
in che sempre tenn' io fisa mia spene, iustamente convene. D' ogni martiro, in l' amorosa guerra, pòtemi un sol de' sguardi tuoi far casso;
ma quel c' ora m' affanna così forte, poi che 'l tuo lume riveder non posso, da l' afflitto mio petto esser pò scosso per l' aspra solo inesorabil Morte;
e, a quel ch' io provo in questo viver basso, non si trova del mio spirto più lasso, ch' io son di me sol per affanno trarne quanto al mondo vivrà questa mia carne.
Non piango il tuo salir al santo coro ne l' empirëo ciel, spirto beato, anzi ne godo, perché uscito sei di questo sì angoscioso mortal stato;
ma grido solamente e discoloro, ché la mia pace e ciascun ben perdei quel dì che ti partisti da colei che stampata ritengo in mezzo 'l petto
con li sembianti suoi piatosi e casti, e me quivi lassasti per mai più non gustar alcun diletto. Rivemmi alla memoria quel sospiro
che da me trasse nel principio il strale c' uscìo da quei begli occhi lucenti, e quei pensier che seguìr poi sì ardenti, che, come piacque al mio destin fatale,
di soverchio piacer tanto invaghiro, che, non potendo scerner il martiro, solamente pascevan di dolcezza, et or son fatti colmi di tristezza.
Come il giorno sarebbe senza luce e senza lieti fior la primavera, tal è senza vaghezza ora quel loco ov' abitar solea la donna altera,
che fu, vivendo, di mia vita duce; partendo ella, partì seco ogni gioco, e l' aër cominciossi a poco a poco ad oscurar, e non si vider piante
fiorir più d' indi né verdeggiar l' erba, ch' esser solea superba mentre era tocca da sue vaghe piante. E se insensibil cose fan palese
per la morte di lei tanto suo affanno, che debb' io far, ch' io son pur d' uman senso et a tutt' ore intensamente io penso del mio sì grave inestimabil danno,
altro che pianger? Ché mie voglie accese nel suo morir fur per tal modo offese, ch' io pèrsi di gioire ogni speranza in tutto 'l tempo che star qui m' avanza.
Canzon, c' hai tanti affanni, riman seco, né ti curar di gir molto fra' lieti a cui sia l' amoroso esser felice, ché star ov' è piacer se te disdice,
e poi del pianto gli occhi miei n' acqueti. So che del mio dolor assai ven teco, ma mille volte e più restane meco. Chi sa, ti legga, qual martìr si prova
da chi fòr di speranza esser si trova.
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