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1458–1530

Untitled

Iacopo Sannazaro

Non son, Fronimo mio, del tutto mutole, com'uom crede, le selve; anzi risonano, tal che quasi all'antiche egual riputole. Selvaggio, oggi i pastor più non ragionano

de l'alme Muse, e più non pregian naccari, perché, per ben cantar, non si coronano. E sì del fango ognun s'asconde i zaccari, che tal più pute che ebuli et abrotano

e par che odore più che ambrosia e baccari. Ond'io temo gli Dii non si riscotano dal sonno, e con vendetta ai boni insegnino sì come i falli de' malvagi notano.

E s'una volta avvien che si disdegnino, non fia mai poi balen né tempo pluvio, che di tornar al ben pur non si ingegnino. Amico, io fui tra Baie e 'l gran Vesuvio

nel lieto piano, ove col mar congiungesi il bel Sebeto, accolto in picciol fluvio. Amor, che mai dal cor mio non disgiungesi, mi fe' cercare un tempo strane fiumora,

ove l'alma, pensando, ancor compungesi. E s'io passai per pruni, urtiche e dumora, le gambe il sanno; e se timor mi pusero crudi orsi, dure genti, aspre costumora!

Al fin le dubbie sòrti mi rispusero: — Cerca l'alta cittade ove i Calcidici sopra 'l vecchio sepolcro si confusero. — Questo non intens'io; ma quei fatidici

pastor mel fer poi chiaro e mel mostrarono, tal ch'io gli vidi nel mio ben veridici. Indi incantar la luna m'insegnarono, e ciò che in arte maga al tempo nobile

Alfesibeo e Meri si vantarono. Né nasce erbetta sì silvestra ignobile, che 'n quelle dotte selve non conoscasi; e quale stella è fissa, e quale è mobile.

Quivi la sera, poi che 'l ciel rinfoscasi, certa l'arte febea con la palladia, che non c'altri, ma Fauno a udir rimboscasi. Ma a guisa d'un bel sol fra tutti radia

Caracciol, che 'n sonar sampogne o cetere non troverebbe il pari in tutta Arcadia. Costui non imparò putare o metere, ma curar greggi da la infetta scabbia

e passïon sanar maligne e vetere. Il qual un dì, per isfogar la rabbia, così prese a cantar sotto un bel frassino, io fiscelle tessendo, egli una gabbia:

— Proveda il ciel che qui vèr noi non passino malvage lingue; e le benigne fatora fra questi armenti respirar mi lassino. Itene, vaccarelle, in quelle pratora,

acciò che quando i boschi e i monti imbrunano, ciascuna a casa ne ritorne satora. Quanti greggi et armenti, oimè, digiunano, per non trovar pastura, e de le pampane

si van nudrendo, che per terra adunano! Lasso, c'appena di mill'una càmpane; e ciascun vive in tanto estrema inopia, che 'l cor per doglia sospirando avampane.

Ringrazie dunque il ciel qualunque ha copia d'alcun suo bene in questa vil miseria, che ciascun caccia da la mandra propia. I bifolci e i pastor lascian Esperia,

le selve usate e le fontane amabili; ché 'l duro tempo glie ne dà materia. Erran per alpe incolte inabitabili, per non veder oppresso il lor peculio

da genti strane, inique, inesorabili. Le qua' per povertà d'ogni altro edulio, non già per aurea età, ghiande pascevano per le lor grotte da l'agosto al giulio.

Viven di preda qui, come solevano fra quei primi pastor nei boschi etrurii. Deh c'or non mi sovien qual nome avevano! So ben che l'un da più felici augurii

fu vinto e morto — or mi ricorda, Remo — in su l'edificar de' lor tugurii. Lasso, che 'n un momento io sudo e tremo e veramente temo d'altro male;

ché si de' aver del sale in questo stato, perché 'l comanda il Fato e la Fortuna. Non vedete la luna ineclissata? La fera stella armata di Orione?

Mutata è la stagione e 'l tempo è duro, e già s'attuffa Arcturo in mezzo l'onde; e 'l sol, c'a noi s'asconde, ha i raggi spenti, e van per l'aria i vènti mormorando,

né so pur come o quando torne estate. E le nubi spezzate fan gran suoni; tanti baleni e tuoni han l'aria involta, ch'io temo un'altra volta il mondo pera.

O dolce primavera, o fior novelli, o aure, o arboscelli, o fresche erbette, o piagge benedette, o colli, o monti, o valli, o fiumi, o fonti, o verdi rive,

palme, lauri et olive, edere e mirti; o gloriosi spirti degli boschi; o Eco, o antri foschi, o chiare linfe, o faretrate Ninfe, o agresti Pani,

o Satiri e Silvani, o Fauni e Driadi, Naiadi et Amadriadi, o semidee, Oreadi e Napee, or sète sole; secche son le vïole in ogni piaggia:

ogni fiera selvaggia, ogni ucelletto che vi sgombrava il petto, or vi vien meno. E 'l misero Sileno vecchiarello non trova l'asinello ov'ei cavalca.

Dafni, Mopso e Menalca, oimè, son morti. Priapo è fuor degli orti senza falce, né genebro né salce è che 'l ricopra. Vertunno non s'adopra in transformarse,

Pomona ha rotte e sparse le sue piante, né vòl che le man sante puten legni. E tu, Pale, ti sdegni per l'oltraggio, ché di april né di maggio hai sacrificio.

Ma s'un commette il vicio, e tu nol reggi, che colpa n'hanno i greggi de' vicini? Che sotto gli alti pini e i dritti abeti si stavan mansueti a prender festa

per la verde foresta a suon d'avena; quando, per nostra pena, il cieco errore entrò nel fiero core al neghittoso. E già Pan furïoso con la sanna

spezzò l'amata canna; ond'or piangendo, se stesso riprendendo, Amor losinga, ché de la sua Siringa si ricorda. La saette, la corda, l'arco e 'l dardo,

c'ogni animal fea tardo, omai Diana dispregia, e la fontana ove il protervo Atteon divenne cervo; e per campagne lassa le sue compagne senza guida;

cotanto si disfida omai del mondo, che vede ognor al fondo gir le stelle. Marsïa senza pelle ha guasto il bosso, per cui la carne e l'osso or porta ignudo;

Minerva il fiero scudo irata vibra; Apollo in Tauro o in Libra non alberga, ma con l'usata verga al fiume Anfriso si sta dolente, assiso in una pietra,

e tien la sua faretra sotto ai piedi. Ahi, Giove, e tu tel vedi? E non ha lira da pianger, ma sospira, e brama il giorno che 'l mondo intorno intorno si disfaccia

e prenda un'altra faccia più leggiadra. Bacco con la sua squadra senza Tirsi vede incontro venirsi il fiero Marte armato, e 'n ogni parte farsi strada

con la crïenta spada. Ahi vita trista! Non è chi gli resista. Ahi fato acerbo! ahi ciel crudo e superbo! Ecco che 'l mare si comincia a turbare, e 'ntorno ai liti

stan tutti sbigottiti i Dii dell'acque, perché a Nettuno piacque esilio darli e col tridente urtarli in su la guancia. La donna e la bilancia è gita al cielo.

Gran cose in picciol velo oggi restringo. Io ne l'aria dipingo, e tal si stende che forse non intende il mio dir fosco. Dormasi fuor del bosco. Or quando mai

ne pensàr tanti guai bestemmie antiche? Gli ucelli e le formiche si ricolgono de' nostri campi il desïato tritico; così gli Dii la libertà ne tolgono.

Tal che assai meglio nel paese scitico viven color sotto Boote et Elice, benché con cibi alpestri e vin sorbitico. Già mi rimembra che da cima un'élice

la sinestra cornice, oimè, predisselo; ché 'l petto mi si fe' quasi una selice. Lasso, che la temenza al mio cor fisselo, pensando al mal che avvenne; e non è dubbio

che la Sibilla ne le foglie scrisselo. Un'orsa, un tigre han fatto il fier connubbio. Deh, perché non troncate, o Parche rigide, mia tela breve al dispietato subbio?

Pastor, la noce che con l'ombre frigide nòce a le biade, or ch'è ben tempo, trunchesi, pria che per anni il sangue si rinfrigide. Non aspettate che la terra ingiunchesi

di male piante, e non tardate a svellere, fin che ogni ferro poi per forza adunchesi. Tagliate tosto le radici all'ellere; ché se col tempo e col poder s'aggravano,

non lasseranno i pini in alto eccellere. - Così cantava, e i boschi rintonavano con note, quai non so s'un tempo in Menalo, in Parnaso o in Eurota s'ascoltavano.

E se non fusse che 'l suo gregge affrenalo e tienlo a forza ne l'ingrata patria, che a morte desïar spesso rimenalo, verrebbe a noi, lassando l'idolatria

e gli ombrati costumi al guasto secolo, fuor già d'ogni natia carità patria. Et è sol di vertù sì chiaro specolo, che adorna il mondo col suo dritto vivere;

degno assai più ch'io col mio dir non recolo. Beata terra che 'l produsse a scrivere, e i boschi, ai quai sì spesso è dato intendere rime, a chi 'l ciel non pòte il fin prescrivere!

Ma l'empie stelle ne vorrei riprendere, né curo io già, se col parlar mio crucciole; sì ratto fer dal ciel la notte scendere, che sperando udir più, vidi le lucciole.

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