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1458–1530

Untitled

Iacopo Sannazaro

Dimmi, caprar novello, e non ti irascere, questa tua greggia ch'è cotanto strania, chi te la diè sì follemente a pascere? Dimmi, bifolco antico, e quale insania

ti risospinse a spezzar l'arco a Clonico, ponendo fra' pastor tanta zizania? Forse fu allor ch'io vidi malinconico Selvaggio andar, per la sampogna e i naccari

che gl'involasti tu, perverso erronico. Ma con Uranio a te non valser baccari, che mala lingua non t'avesse a ledere. Furasti il capro: ei ti conobbe ai zaccari.

Anzi gliel vinsi, e lui nol volea cedere al cantar mio, schernendo il buon giudicio d'Ergasto, che mi ornò di mirti e d'edere. Cantando tu 'l vincesti? Or con Galicio

non udi' io già la tua sampogna stridere, come agnel ch'è menato al sacrificio? Cantiamo a prova, e lascia a parte il ridere; pon quella lira tua fatta di giuggiola;

Montan potrà nostre question decidere. Pon quella vacca, che sovente muggiola; ecco una pelle e duo cerbiatti mascoli, pasti di timo e d'acetosa luggiola.

Pon pur la lira, et io porrò duo vascoli di faggio, ove potrai le capre mungere; ché questi armenti a mia matrigna pascoli. Scuse non mi saprai cotante aggiungere,

ch'io non ti scopra. Or ecco il nostro Eugenio: far non potrai sì ch'io non t'abbia a pungere. Io vo' Montan, che è più vicino al senio; ché questo tuo pastor par troppo ignobile,

né credo c'abbia sì sublime ingenio. Vienne all'ombra, Montan; ché l'aura mobile ti freme fra le fronde, e 'l fiume mormora; nota il nostro cantar qual è più nobile.

Vienne, Montan, mentre le nostre tormora ruminan l'erbe, e i cacciator s'imboscano, mostrando ai cani le latebre e l'ormora. Cantate, acciò che i monti omai conoscano

quanto il secol perduto in voi rinovasi; cantate fin che i campi si rinfoscano. Montan, costui che meco a cantar provasi, guarda le capre d'un pastore erratico.

Misera mandra, che 'n tal guida trovasi! Corbo malvagio, ursacchio aspro e selvatico, cotesta lingua velenosa mordila, che transportar si fa dal cor fanatico.

Misera selva, che coi gridi assordila! Fuggito è dal romore Apollo e Delia. Getta la lira omai, ché indarno accordila. Oggi qui non si canta, anzi si prelia.

Cessate omai, per dio, cessate alquanto; comincia, Elenco, e tu rispondi, Ofelia. La santa Pale intenta ode il mio canto e di bei rami le mie chiome adorna,

che nessun altro se ne può dar vanto. E 'l semicapro Pan alza le corna a la sampogna mia sonora e bella, e corre e salta e fugge e poi ritorna.

Quando tal ora a la stagion novella mungo le capre mie, mi scherne e ride la mia süave e dolce pastorella. Tirrena mia col sospirar m'uccide,

quando par che vèr me con gli occhi dica: — Chi dal mio fido amante or mi divide?— Un bel colombo in una quercia antica vidi annidar poc'anzi; il qual riserbo

per la crudele et aspra mia nemica. Et io nel bosco un bel giovenco aderbo per la mia donna; il qual fra tutti i tori incede con le corna alto e superbo.

Fresche ghirlande di novelli fiori i vostri altari, o sacre Ninfe, avranno, se pietose sarete a' nostri amori. E tu, Priapo, al rinovar de l'anno

onorato sarai di caldo latte, se porrai fine al mio amoroso affanno. Quella che 'n mille selve e 'n mille fratte seguir mi face Amor, so che si dole,

benché mi fugga ognor, benché s'appiatte. Et Amaranta mia mi stringe, e vòle ch'io pur li canti a l'uscio, e mi risponde con le sue dolci angeliche parole.

Fillida ognor mi chiama e poi s'asconde, e getta un pomo e ride, e vuol già ch'io la veggia biancheggiar tra verdi fronde. Anzi Fillida mia m'aspetta al rio,

e poi m'accoglie sì suavemente, ch'io pongo il gregge e me stesso in oblio. Il bosco ombreggia; e se 'l mio sol presente non vi fusse or, vedresti in nova foggia

secchi i fioretti e le fontane spente. Ignudo è il monte, e più non vi si poggia; ma se 'l mio sol vi appare, ancor vedrollo d'erbette rivestirsi in lieta pioggia.

O casta Venatrice, o biondo Apollo, fate ch'io vinca questo alpestro Cacco, per la faretra che vi pende al collo. E tu, Minerva, e tu, celeste Bacco,

per l'alma vite e per le sante olive, fate ch'io porte la sua lira al sacco. Oh s'io vedesse un fiume in queste rive correr di latte, dolce il mio lavoro

in far sempre fiscelle all'ombre estive! Oh se queste tue corna fussen d'oro, e ciascun pelo molle e ricca seta, quanto t'avrei più caro, o bianco toro!

Oh quante volte vien gioiosa e lieta, e stassi meco in mezzo ai greggi mei quella che mi diè in sòrte il mio pianeta! Oh quai sospir vèr me move colei

ch'io sola adoro! O vènti, alcuna parte portatene all'orecchie degli Dei. A te la mano, a te l'ingegno e l'arte, a te la lingua serve. O chiara istoria,

già sarai letta in più di mille carte. Omai ti pregia, omai ti esalta e gloria; ché ancor dopo mill'anni, in viva fama, eterna fia di te qua giù memoria.

Qualunque per amor sospira e brama, leggendo i tronchi ove segnata stai, — Beata lei — dirà — ch'il ciel tant'ama!— Beata te, che rinovar vedrai

dopo la morte il tuo bel nome in terra, e da le selve al ciel volando andrai! Fauno ride di te da l'alta serra. Taci, bifolco; ché, s'io dritto estimo

la capra col leon non può far guerra. Corri, cicala, in quel palustre limo e rappella a cantar di rana in rana; ché fra la schiera sarai forse il primo.

Dimmi, qual fera è sì di mente umana, che s'inginocchia al raggio de la luna, e per purgarsi scende a la fontana? Dimmi, qual è l'ucello il qual raguna

i legni in la sua morte, e poi s'accende, e vive al mondo senza pare alcuna? Mal fa chi contra al ciel pugna e contende; tempo è già da por fine a vostre liti

ché 'l saver pastoral più non si stende. Taci, coppia gentil, ché ben graditi son vostri accenti in ciascun sacro bosco; ma temo che da Pan non siano uditi.

Ecco, al mover de' rami il riconosco, che torna all'ombra pien d'orgoglio e d'ira, col naso adunco amando amaro tòsco. Ma quel facondo Apollo, il qual v'aspira,

abbia sol la vittoria; e tu, bifolco, prendi i tuo' vasi, e tu, caprar, la lira. Che 'l ciel v'accresca come erbetta in solco!

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