Clizia fatto son io: colui sel vede
che del mio strazio si nutrica e pasce.
La notte piango, e poi, da che 'l dì nasce
seguo il mio sol, fin c'al suo albergo riede.
Né posso (oh sempre a me nemica fede!)
far sì c'un punto respirar mi lasce.
Or veggio che dal dì ch'io piansi in fasce,
del viver mio l'augurio il ciel mi diede:
che già devea così, piangendo sempre,
tener quest'affannoso, aspro viaggio,
ove il mio mal sovente e morte chiamo.
O vago, o alto, o fuggitivo raggio,
o d'un cor duro adamantine tempre,
quando mai sarò giunto al fin ch'io bramo?