Mai non vo' più cantar com'io soleva, c'altri non si doleva; ma s'io torno a l'usato soggiorno, ove sì presto persi, per non mirar ove volgeva
mia vista che si leva d'ogni intorno, persi con mio gran scorno di me il resto, forse serò più desto. E tal che or osa far mia vita noiosa, quando vada
per altra strada, benché sia ritrosa, superba e disdegnosa, pur converà che ponga giù la spada; e quel c'or sì m' agrada, s'io l'impetro,
convien ch'io serbi col bel tempo verde, perché tanto si perde quanto si lassa a le sue spalle dietro. Voi dite ch'io m'impetro, et io ben so
quel c'oggi far si pò; ben m'intend'io. Lieve soma è un bon fio; sì, ma a tenerlo non bastaria San Pietro; or non più, no; ché sì gonfiato ha il Po mio piccol rio,
che dove più m'invio per mantenerlo men spero de riaverlo; onde mi doglio, però che a quel ch'io voglio non risponde, anzi s'asconde al sol, colmo d'orgoglio.
Non son qual esser soglio, sì circondan mia nave orribil onde. Tal si pasce di fronde, e fior tal brama, che, visto, ad or ad or s'appiatta e fugge;
tal si dilegua e strugge per cui sua morte di continuo chiama. Proverbio: «Ama chi t'ama» è fatto antico. Io 'l so: però tel dico; ma giovare
forsi potria cercare altro paese. Non son di leggier fama così amico; ma, se 'l ciel m'è nemico, lassa andare, benché è duro imparare a le sue spese.
Deh, perché sì cortese fòr de usanza me diede alor speranza? Ma s'io fui spinto d'altrui, il tempo che m'avanza finirò in altra stanza,
non già d'Amor, ch'io non mi fido in lui, ma seguirò Colui che fra suo gregge già mi racolse, e pregarò che me erga la mente ov'egli alberga,
e dove il ver si vede aperto e lègge. Lui gli erranti corregge; ivi, s'intende, il ben chiar si comprende; chi altra piglia via, non è maraviglia se 'l si sprezza.
Ah dura d'Amor legge! spesso scende dal vero, chi te attende, molti miglia; né val se 'l s'assottiglia, poi che avezza ha l'alma a tua dolcezza sì soave,
di por giù il peso che have, e che lui volse istesso e tolse a le sue spalle grave. Benedetta la chiave che di tanti laccioli il mio cor sciolse!
ché se alor ben mi dolse, or non più dole; ond'io ringrazio l'alto mio Signore, che in me spento ha in poche ore l'ardor, che a pena morte spenger suole.
Non voglio più parole accorte e sagge in alme sì selvagge. Or altra cura men faticosa e dura, altro costume coglier vo', non vïole per le piagge,
ché quel mi sotragge ogni paura, mi tira e fura al suo benigno lume; onde degli occhi un fiume il tristo volto mi bagna, quando ascolto, e vedo u' sia
quasi per gelosia, misero!, còlto, se 'l mio Signor racolto non mi avesse <e> condutto in altra via. Ah dura sòrte e ria, di quanti affanni
cagion sei ben, e stolto è chi ti segue! Chi guarda a le tue tregue, al fin squarciati ne riporta i panni. Presto sen volan gli anni, et io ancor nido
non ho, ch'io non mi fido in quel ch'io odo; se al presente non godo, peggio aspetto. Non sia alcun che s'inganni, ché, s'io rido in fronte, nel cor grido e piango, in modo
ch'io me ne strugo e rodo. Gran desdetto certo fu il mio, che stretto m'ebbe avinto; ma da tanti mal cinto fui, che un dito mover non era ardito, e, così pinto,
mi trovo quasi estinto da chi ancor una fiata non m'ha udito. Lei che m'ha il cor ferito, se nol salda, poco tempo mi arà più seco vivo;
ché dir ad altri schivo il fuoco sol che notte e dì mi scalda.
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