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1235–1294

XXXV

Guittone d'Arezzo

O bon Gesù, ov'è core crudel tanto e spietato, che veggia te crucciato e non pianto porti e dolore?

O bon Gesù, non è ragion che doglia (né allegri giammai chi non dole ora), poi 'ntende la tua dogliosa doglia e manifesta vedela in figora?

Ahi, come non dole omo o non cordoglia, ove dole onni fera creatora? Piansero, lasso! , le mura e cielo e terra, ah! , dolore

del bon signor lor mostrando; noi ne gim quasi gabando: tanto è fellon nostro core! O ben Gesù, miri catono

quanto è ragion di te doler corale! Tu primo omo facesti ad onni bono ricco, franco, sano e non mortale; esso, non te pregiando e tu' gran dono,

a la gran peca sua fu messo a male. Misero fatto e mortale, vivendo e morendo a tristore, poi mort'è legato in inferno,

ove seria stato in eterno, demoni lui possessore. O bon Gesù, tu troppo amando, la carne nostra, vil tanto, prendesti;

scendesti a terra, noi a ciel montando e, facendo noi dii, om te facesti. Riccor, onore, gioia a noi donando, povertà nostra e ointa e nòi prendesti;

e prender te permettesti, de pregion mettendone fore; sputo, fragelli e morte laida prendesti traforte,

vita noi dando tuttore. O bon Gesù, tu creatore dei nostri padri e nostro; e tu messere di vertù, di savere e di valore,

di soavità, di pregio e di piacere, e d'onni nostro ben solo datore; conservator, for cui chi più val pere, in cui compiuto savere

larghezza somma e riccore, vertù e giustizia e potenza e lealtà tutt'e piagenza e tutto bon, mal non fiore.

O bon Gesù, noi vedemo te come mendico a piede afritto andare; afamato, asetato e nudo se', né magion hai, né cosa alcuna, pare.

Or non se' tu di ciel e terra re? Ricco cui e quanto e senz'alcun pare? O perché tanto abassare e far te de maggio menore?

Venuto se' tanto trabasso solo montandone,lasso! , ad onni compiuto riccore. O bon Gesù, te, tal barone,

vedemo lasso, preso e denudato, legato en tondo, siccome ladrone; e 'l tuo bel viso battuto e sputacchiato; apresso in croce afitto, a pogione

bever fele, de lancia esser piagato! E già non fu tuo peccato, ché non fai che bono o migliore; ma latrocinio nostro fue,

und'appeso e morto se' tue, tale nostro e tanto signore. O bon Gesù, tu contristato, e di cielo e di terra onni allegrezza!

Preso è solvitor d'ogni legato, laidita e lividata ogni bellezza, onore tutto e piacer disorrato; è dannata giustizia a falsezza,

e disolat'è grandezza, è vita e morte a dolore! E di tutto ciò che ditt'aggio el fellon nostro coraggio

no nd'ha pietà, né amore. O bon Gesù, che villania e che fellonesca e crudel crudeltate vederte a tale, e saver per noi sia,

non pianger, né doler di pietate! O lasso, lasso! Chi non piangeria, se tal dolor vedesse a un suo frate? Or noi dolem spesse fiate

di fera – ah, om traditore! – e de pena via più leggera! De te, sommo ben, per sì fera, com'è non ciascun piangitore?

O ben Gesù, com'è ragione, chi non vol de la tua doglia dolere, allegra, de la tua resurrezione e senza pena teco sostenere,

ch'è oltraggiosa? E matta è pensagione pensar nel gaudio tuo teco gaudere, mertar onta e danno tenere omo che pro cher'e onore,

ove affannare vol nente. Nol chera mai cor valente, senza operar lì, valore. O bon Gesù, apre el core

nostro, crudel, duro tanto, ritenendo, a far di te pianto, com aigua 'n ispungia, dolore.

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