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1235–1294

XXXIII

Guittone d'Arezzo

Ahi, dolze terra aretina, pianto m'aduce e dolore (e ben chi non piange ha dur core o ver che mattezza el dimina),

membrando ch'eri di ciascun delizia, arca d'onni divizia, sovrapiena arna di mel terren tutto, orto d'onne disdutto,

zambra di poso e d'agio, refettoro e palagio a privati e a strani d'onne savore, d'ardir gran miradore,

forma di cortesia e di piagenza, e di gente accoglienza, norma di cavaler, de donne assempro. Oh, quando mai mi tempro

di pianto de sospiri e de lamento, poi d'onne ben te veggio in mal ch'aduce peggio, sì che mi fa temer consumamento?

Or è di caro piena l'arca, l'arna di tosco e di fele, la corte di pianto crudele, la zambra d'angostia è tracarca,

lo refettoro ai boni ha savor pravi e a' felloni soavi, e specchio e mirador d'onni vilezza, di ciascuna laidezza

villana e brutta e dispiacevel forma, non di cavalier norma, ma di ladroni, e non di donne assempro, ma d'altro: ove mi tempro?

Sì hai, rea gente, el bon fatto malvagio; unde al corpo hai mesagio, a l'alma pena, e merti eternal morte; ché Dio t'ha in ira forte:

a te medesma e a ciascun se' noia, ed a fermato crede ch'ai figliuoi tuoi procede sì che ver lor trestizia è la tua gioia.

Ahi como mal, mala gente, de tutto ben sperditrice, vi stette sì dolce notrice ed antico tanto valente,

che di ben tutto la trovaste piena! Secca avete la vena; l'antico vostro acquistò l'onor tutto, voi l'avete destrutto:

voi, lupo ispergitore, sì com'esso pastore. Ma se pro torna a danno ed onor onta, la perta cui si conta

pur vostr'è, Artin felloni e forsennati. Ahi, che non foste nati di quelli, iniqui schiavi; e vostra terra fosse in alcuna serra

de le grande alpi, che si trovan loco; e là poria pugnare vostro feroce affare orsi, leoni, dragon pien di foco.

O gente iniqua e crudele, soperbia saver sì te tolle, e tanto venir fa te folle, venen t'ha savor più che mele.

Ora te sbenda ormai e mira u' sedi, e poi te volli e vedi dietro da te lo loco ove sedesti; e dove sederesti,

fossete retta ben, hai a pensare. Ahi, che guai hai che trare, Ciascun se 'n sé ben pensa ed in comono, che onor, che pro, che bono

che per amici e che per te n'hai preso! Ché s'hae altrui offeso, ed altri a te; ché mal né ben for merto non fu né serà certo,

perché saggio om, che gran vol, gran sementa; ché già non po sperare de mal ben alcun trare, né di ben mal, né Dio, credo, il consenta.

Iniqui, aggiate merzede dei figliuoi vostri e di voi; ché mal l'averebbe d'altrui chi se medesmo decede:

e se vicina né divina amanza no mette in voi pietanza, el fatto vostro estesso almen la i metta; e s'alcun ben deletta

lo core vostro, or lo mettete avante; ché non con sol sembiante né con parlare in mal far vo metteste, ma con quanto poteste.

Degn'è donque che ben poder forziate, né del ben non dottiate, poiché nel mal metteste ogni ardimento; ché senza alcun tormento

non torna a guerigion gran malatia, e chi accatta caro lo mal, non certo avaro ad acquistar lo bene essere dia.

Non corra l'omo a cui conven gir tardi, né quei pur pensi e guardi a cui tutt'avaccianza aver bisogna; ché 'n un punto se slogna

e fugge tempo sì, che mai non riede. Ferma tu donque el piede, ché, s'ello te trascorre, ed ora cadi, non atender mai vadi;

né mai dottare alcun tempo cadere, se or te sai tenere. Adonqua onni tuo fatto altro abandona, e sol pensa e ragiona

e fa come ciò meni a compimento; ché, se bene ciò fai, onne tuo fatto fai; se no, ciascun tuo ben va in perdimento.

Ahi, com'è folle quei provatamente che dotta maggiormente perdere altrui che sé, né 'l suo non face, ma che quant'ha desface

a pro de tal, onde non solo ha grato. Ed è folle el malato, che lo dolor de l'enfertà sua forte e temenza di morte

sostene, avante che sostener voglia de medicina doglia; e foll'è quei che s'abandona e grida: Ahi, Dio segnore, aida!

E folle anch'è chi mal mette ed ha messo nel vicin prossimano per om non stante e strano; e foll'è chi mal prova e torna ad esso.

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