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1235–1294

XXIV

Guittone d'Arezzo

Tutto ch'eo poco vaglia, forzerommi a valere, perch'eo vorrea plagere a l'amorosa, cui servo mi dono.

E de la mia travaglia terraggio esto savere, che non farò parere ch'amor m'aggia gravato com'eo sono.

Ché validor valente pregio e cortesia non falla, né dismente; non dich'eo, che ciò sia,

ma vorria similmente valer, s'unque poria. D'amar lei non mi doglio; ma che mi fa dolere

lo meo folle volere, che m'ave addutto a amar sì alt'amanza. Sovente ne cordoglio, no sperando potere

lo meo disio compiere, né pervenire en sì grand'allegranza. Ma che mi dà conforto ch'ave nochier talora

contra fortuna porto: così di mia 'nnamora non prendo disconforto, né mi dispero ancora.

Omo che 'n disperanza si getta per doglienza, disperde conoscenza e prende loco e stato di follia.

Allor face mostranza secondo mia parvenza, che poca di valenza ritegna ed aggia sua vil segnoria;

ma quelli è da pregiare che d'un greve dannaggio si sa ben confortare; ed eo simil usaggio

terrò: del meo penare già non dispereraggio. Aggio visto mant'ore magn'omo e poderoso

cader basso e, coitoso, partir da gioco e d'ogne dilettanza; e visto aggi'om di core irato e consiroso

venir gaio, e gioioso in gioi poggiare e 'n tutta beninanza. Tale vista ed usato mi fa sperar d'avere

di ben loco ed istato: ch'eo non deggio temere (tanto sono avallato) di più basso cadere.

Conforto el meo coraggio, né ciò non ho, né tegno: ma a tal spera m'attegno, che mi fa far miracola e vertute.

Ché, quando più ira aggio o più doglia sostegno, ad un pensier m'avegno, lo qual m'allegra e stringe mie ferute:

così mi fa allegrare la gran gioia, ch'attende lo meo cor per amare; d'altra parte m'offende

ch'audii pover nomare chi in gran riccore intende.

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