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1235–1294

XXII

Guittone d'Arezzo

Gioia gioiosa piagente, misura è ragione tutta stagione – deggiasi trovare. Como è più possente

lo segnore, più dia a la sua segnoria – ragione usare; per che sempr'el avanza a pregio ed a possanza,

a lo piacer de Dio e de la gente. Chi sua guida non prende, a lo 'ncontraro scende: a la fine del gioco ven perdente.

Però, per Deo, vi piaccia ch'orgoglio e villania la segnoria – di voi non deggia avere, che (poi tanto ve piaccia

misura e canoscenza) non ha potenza – in voi, né po valere. Ora torni a ragione la vostra openione,

per Dio, piagente donna ed amorosa, sì ch'aggiate pietanza di me, ch'ad abondanza amo più voi, che me od altra cosa.

D'esto amore meo m'aven com'a quei, lasso, che 'n vivo sasso – sua sementa face: e come a quei, che reo

nemico onora e serve, che pure lui diserve – e strugge e sface. Ché non mi parto 'n atto? Non posso; sì son matto

che meglio amo da voi ciò, ch'io non chero altroi tutto quello ched eo vorrebbi avere. Amor, non mi dispero,

ca non fora valenza: bona soffrenza – fa bon compimento; e lo grecesco empero, l'ora che Troia assise,

non se devise – per soffrir tormento, né perché sì fort'era, che di nulla manera vedea che se potesse concherere;

e pur misel a morte: e chi lo suo più forte conquide, dobla laude vol avere. Poi mai non mi rafreno,

amor, de voi servire, di cherire – merzede abo ragione; ed averave meno, ogne gioia di mene

solo ch'a bene – vi sia qualche stagione: ca più anche sarete più dolze, ed averete più in voi d'amor che nulla criatura;

ché lo grande amarore puote tornar dolzore, e più dolze, che dolze per natura. Amor, pur vincer creo

combattendo per Deo; ed ho le mie battaglie sì ordinate: contra disamor, fede; contr'orgoglio, merzede;

e contra di ferezza, umilitate.

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