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1235–1294

XLVIII

Guittone d'Arezzo

Onne vogliosa d'omo infermitate impossibel dico esser sanando, e spezialmente quando è in carne di folle odioso amore.

E dice alcuno aver non podestate d'amor matto lungiare, ni d'astener peccare. E se ciò è vero, iniquo è Dio signore,

comandando che non pote om servare: crede, matto, scusare, nesciente o reo Dio incusando; ma si sé 'ncusa e danna e mal peggiora,

ché parvo è fornicare, picciol male onne fare, ver dir peccator Dio; e parvo ancora dir ello non sia, che dirlo reo.

Non già permette Deo, dice Apostul, tentare più che possa om portare; ma dà, portando, aiuto,

medici; e fuggendo, contrarii molti prendendo, pote omo sanare. Non vole a Roma andare

ver d'Alamagna ritto om caminando: om contra sé pugnando no è più che voler esser vinciuto. Non già dico spegnando esser leggero

acceso forte in om d'amore foco, a ciò che nulla o poco vole, chi meglio vole, ess'ammortare; e si ben vole, è grave. E ch'è più fero

che combatter om sée? Duro ème piagar mee, conculcare per forzo e pregionare; vincere carne incesa anche e demone

prode vol ben campione. Ma pur vince om, se vol, Dio aiutando; ma se non vol di piano vincer, como vorrà, sé afrigendo omo?

Und'io opero vano se pria voler non sano. E gravissimo è, grave esso sanando, schifar che ama omo: odiar che piace

non de legger si face. Unde non già guerire ardirebbe alcun dire, ma Dio donando, intendo

sanando esso podere, assegnare devere; ma bon suo fugge matto. Ah, nemico s'è fatto

saggio e vero amico se stesso; s'el fugge, ei punge appresso e lo prende e reten forte valendo. Laida e dannosa in corpo è malatia,

schifare cibi degni utili e boni e dilettar carboni, e più molto voler sé 'nnaverare. E quale ciò non disvoler vorria?

Nullo già, se non fusse al tutto stolto. Quanto più, quanto molto di folle amore amar dea disamare, poi, quanto offende più, più odiosa

dea star catuna cosa. Quanto più di corpo anima vale, tanto più grav'è in essa onne nocenza. Anima a corpo è maggio

no è a bestia omo non saggio: da bestial parva a bestia ha diferenza. E non già te, omo, solo alma tolle esto amor tuo folle,

ma bono onne tuo; dico poder, corpo e amico, vertute, sapienza, Dio, ragione e tee.

E ciò dà tutto in chee? In vil noiosa gioi brutta carnale. Sempre odia om sé corale, che segue in carne vil brutta voglienza.

Desconverrea non poco a banchero bono vetro alcun comprare libra d'argento; e non più, per un cento, suo, sé e Dio dare in via piggiore?

Vetro el più vile pur vale in caso alcono; voler quel brutto, il qual folle amor chere, con mal molto tenere, disvalora e ontisce onne valore.

Oh, che pur brutti vizi esto bruttasse! Ma bruttare non po brutti bruttezza: donne, cavaleri, cherci, baroni e gente orrata, oh quanta!,

bruttisce e ont'ha manta, credendose avanzar piacevolezza; ché vizio esto mattisce e fa parere desvalendo om valere,

matt'omo più sapiente com più matto e' se sente. E ch'è d'amante a matto? Oh, follori quanti e quanti

fanno per senno amanti! E, mal per bono ovrando, unta omo, orrar pensando; e bono e senno mal u per mal fare

chi po che disorrare? Bono bene e per bene esser vol fatto. Male d'amor male ho tanto mostrato, e bono via piggior dei più dei mali,

omini non bestiali derebber desiderio prender guerendo, und'è fatto ora mai curare grato. Donimi Dio curando onne 'ntelletto,

ed a infermi retto voler sanando e cor forte seguendo. Prima e maggio potenza essa divina assegno in medicina,

in digiunar, vegliar, remosinare, servir retto e orrar cheder la gente. Nullo for Dio sta fermo, nullo rileva infermo:

ma cui Dio afferma e lieva e cui no nente; vole Dio bono, ma no a chi non vole, e non forz'è a chi vole: senza che po pugnare?

Troppo è laid', om posare, Dio volendo lavori, fornendo i suoi misteri, si d'omo è Dio scudieri.

Quanti e quanto confonde sperar troppo a poco, unde sol retto ovrare è retto in Dio sperare: faccia om bon che po fare

e, che Dio aiuti e compia al securo, ori. Lo glorioso Dio, nome invocato, levi omo sé contra sé, sé sé rendendo, spirto corpo abbattendo,

ragion voglia vertù vizio al totto, e ciò far com ho mostro al mio malato, dico che parta d'essa, und'è sorpriso, del tutto oreglie e viso,

penser, memoria, e sia di lei non motto. E ciò pote, affannando corpo e core de forte altro labore, e pugnando de Dio trar gaudio e pena;

e, se non basta ciò, lui pur convene vino e carne lassare, caldo e troppo mangiare e astener, quanto poder sostene,

di materia. Oh, che calda è febra esta, unde calor tempesta! Vol donque intrar freddore, escir sangue, calore,

forte vestir cellice, cocere, fragellare, e di pondi carcare matta carne; e, sì affritta,

pur conven sia sconfitta e spirto aggia di lei vettoria piena. Non ten d'amar gran mena corpo, a cui a pena viver lice.

E se grave cura esta om vol dir sia, confesso senza fallo esserla grave; ma stimar dea soave male che tolle peggio omo valente.

Trar di cor piaga a gamba om voler dia e non da spirto, a corpo assai più manto? Oh, che tormento e quanto, sanando corpo, omo sosten promente:

torcischi, purgazion, pogioni amare, sovra piaga piagare, braccio e gamba rotta anche rompendo, e tutta essa in sanar corpo colpire.

Se mai sosten sì fero, sanando om suo somero, sanando sé vorral non sostenere? In omo corpo è someri e spirto regge.

Non ben regno si regge, somer re cavalcando: servire esso e orrare regi è nulla pregiare.

Ma, for comparizione, voglia sovra ragione, corpo sor spirto è via piggior, sormanco servo in sé regger franco

e regie regger vil servo appellando. Assegnat'ho con Dio guerir chi vole; ma di mal che non dole guerendo, sostener vol chi dolore?

E dole omo di che no ama? Come no ami alma se langue? No acqua come sangue spargesti, sanando il suo langore?

Corpo ami; languendo, lì sanarlo pugni; e onor, che non logni, defendi fine a morte; e non già poco forte

pugni anco auro acquistando. Come tutta valenza, vertù, libertà, scienza, alma e Dio defendendo,

pregio e amor reggendo, e degnità d'umanitate e nome non pugni? Acerbe pome, misero, fugge, e non venen, gustando.

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