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1235–1294

XL

Guittone d'Arezzo

Padre dei padri miei e mio messere, fra Loderigo, doglia e gioi m'adduce grave tanta sor voi tribulazione: doglia in compassione

di frate e padre e signor meo savere che nocimento ha tanto e nullo noce; ché grave è molto mal, mal meritando, ma fort'è molto più, mertando bene.

Quando retto om sostene mal, che merta, onranza è, ma non magna; e merta onta chi lagna prender che ha mertato;

ma onor grande onrato è mal ben sostenere, ben operando e via molto bene render de male, amor d'odio corale.

Bene render de ben che pregio aggrata? In ciò quasi om mercata. Vertù è coronata e pregio caro ha ben, mal repugnando.

E ciò, car messer padre, in gioi mi scende, ché tale voi del tutto essere penso, poi propio è di saggio omo valente; ché produceli in mente

onni danno, ch'è for e in poder prende, e gioi porgeli in core e doglia in senso; che delizie carnale e temporale se sa nemiche, unde nemico è loro,

perché dol di ben loro, del male allegra e lo desia e trova: e tale propia è prova de crestian cavaleri.

Grande forte misteri a prova manifesta omo che vale, ché forte e grande om ben ben vi fina, e vi gaude, v'affina;

ma quale è, como eo, debile e poco, quasi n'è cera a foco: non prende om pro suo loco, vil, credendol tener, ruina male.

Messer padre, del cor meo la cervice devotamente ai piei vostri s'enchina. Ove grazia è devina chi non rendere dea grazi'e amore?

Mercé, car meo Signore: datemi in vostro core alcuno loco ov'albergh'eo, se lice. Messer mercé, padre, in pietate:

vostra paternitate bene in me sempre operate, se la divina meglio operi in voi.

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