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1883–1916

VIII

Guido Gozzano

Non tenebrosa come l'Acherontia benchè sfinge e parente, ma latrice di pace, messaggiera di speranze: portanovelle, passera–dei–Santi,

col mattino chiarissimo di Giugno penetrò nella mia stanza tranquilla la Macroglossa rapida. L'illuse questa banda di sole, questa rosa

vermiglia che rallegra le mie carte. Turbinò prigioniera visitando le dipinte ghirlande del soffitto, rapida giù per le finestre aperte

si dileguò come da corda cocca. Certo in giardino la ritroveremo sul caprifoglio che ricopre i muri d'una cortina folta innebriante.

Eccola in opra sui corimbi; guizza da fiore a fiore come una saetta, sosta, si libra immobile nell'aria immerge la proboscide nel calice

e il corpo appare immoto nell'aureola dell'ali rivibranti: spola aerea, prodigio di sveltezza equilibrata. Tutto — nel capo aguzzo, nelle antenne

reclini sotto i palpi, nelle zampe brevi aderenti al corsaletto lustro, nell'addome sfuggente affusolato munito d'una spata di pelurie

mobile forte come cocca espansa atta a guidare e mitigare il volo — tutto s'affina nella macroglossa a fender l'aria vincere lo spazio

visitare i giardini più remoti in brev'istante, messaggiera arcana da fiore a fiore... E i fiori si protendono verso l'insetto come ad un'offerta.

Amica, sotto il nostro sguardo ignaro si celebra tra il fiore e la farfalla il rito più mirabile, il mistero più tenero: le nozze floreali.

Mariti uxores unoeodemque thalamo gaudent... Linneo meditabondo scrive. Degli sposi gran parte nasce vive ama nel tabernacolo smagliante

della stessa corolla; sul pistillo giunge dall'alto degli stami il bacio desiderato, il polline fecondo. Ma dopo esperienze millenarie

molti fiori s'avvidero che il bacio nella stessa corolla, che lo stimma fecondato dal polline fraterno, conduceva la stirpe in decadenza

e vollero l'amplesso dell'amante lontano e meditarono le nozze non possibili. Alcuni, gli anemofili affidarono i baci d'oro al vento

gli entomofili vollero gl'insetti paraninfi discreti e vigilanti. Ma il fiore — che sa tutto — non ignora che vano è al mondo attendere conforto

se non da noi, che la farfalla esiste pel suo bene soltanto e la sua specie; ed ecco le scaltrezze del richiamo: i colori magnifici, i profumi

ineffabili, il nettare che il fiore distilla in fondo al calice a compenso del messaggio d'amore; per attingere la coppa ambrosia con la sua proboscide

la macroglossa deve tutti compiere i riti delle nozze floreali. A tante meraviglie il nostro vano orgoglio mal s'oppone col sofisma

che l'intesa tra il fiore e la farfalla è fissa, che il mirabile congegno non muta. Ma il convolvolo domestico abolisce il nettario, più non chiama

la macroglossa da che sente l'uomo paraninfo sicuro e vigilante; altri fiori depongono gli aculei, il latice, i viticci, da che l'uomo

li difende li guida li sorregge. I fiori precedettero gli insetti sulla terra, nel tempo delle origini. Questa sola certezza ci rivela

un'intesa tra il fiore e la farfalla ci rivela che i piccoli inventori sovvertono le leggi ed i modelli. All'apparire della macroglossa

il caprifoglio congegnò se stesso all'indole dell'ospite imprevista. Altri dica: è Natura, e non il fiore, è Natura che fa tanto sottili

provvedimenti! Menoma per questo forse il fervore della nostra indagine? Un enimma più forte ci tormenta: penetrare lo spirito immanente,

l'anima sparsa, il genio della Terra, la virtù somma (poco importa il nome!), leggere la sua meta ed il suo primo perchè nel suo visibile parlare.

Per chi cerca il volume foglio a foglio il genio della Terra — il genio certo dell'Universo intero — si comporta non come un Dio ma come un Uomo, attinge

le stesse mete con gli stessi metodi: tenta s'inganna elimina corregge sosta dispera spera come noi; scopre ed inventa lento come il fisico,

calcola incerto come il matematico, orna la Terra come il buono artista. Come noi lotta con la massa oscura pesante enorme della sua materia;

non sa meglio di noi dov'esso vada, agogna verso un ideale solo: elaborare tutto ciò che vive in sostanza più duttile e sottile

trarre dalla materia il puro spirito; dispone d'alleanze innumerevoli ma le sue forze intellettive sono pari alle nostre, nella nostra sfera.

E se non sdegna gli argomenti umani, se tutto ciò che vibra in noi rivibra in lui, se attende come noi quel Bene sommo che la speranza ci promette,

giusto è pensare che su questa Terra la traccia nostra non è fuor di strada, giusto è pensare che un'intelligenza sola universa sparsa ed immanente

penetra in guisa varia i corpi buoni men buoni conduttori dello spirito, giusto è pensare che tra questi l'uomo è lo stromento dove più rivibra

la grande volontà dell'Universo. Se la Natura mai non s'ingannasse e tutto conoscesse e ovunque e sempre rivelasse un ingegno senza fine,

noi dovremmo temere dell'enigma, vacillare tremanti e sbigottiti; ma il genio della Terra e il nostro spirito attingono fraterni a una sorgente

sola; noi siamo nello stesso mondo ribelli alla materia, eguali, a fronte non di numi tremendi inaccessibili ma di fraterne volontà velate.

Amica forse troppo a lungo e troppo superbamente noi c'immaginammo creature divine incomparabili senza parenti sulla Terra. Meglio

ritrovarci tra i fiori e le farfalle, essere peregrin come son quelli verso la meta sconosciuta e certa. Certa è la meta. Com'è dato leggere

tutto il destino della macroglossa in ogni parte del suo corpo aereo foggiato ad eternare la bellezza d'una fragile stirpe floreale,

chiaro si legge il compito dell'uomo nel suo cervello e nei suoi nervi acuti. Nessuno s'ebbe più palese il dono d'elaborare la materia sorda

in un'essenza non mortale: anelito di tutto ciò che vive sulla Terra fluido strano ch'ebbe nome Spirito, Pensiero, Intelligenza, Anima, fluido

dai mille nomi e dall'essenza unica. Tutto di noi gli è dato in sacrificio: la ricchezza del sangue, l'equilibrio degli organi, la forza delle membra,

l'agilità dei muscoli, la bella bestialità, l'istinto della vita.

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