Nel mestissimo giorno degli addii mi piacque rivedere la tua villa. La morte dell'estate era tranquilla in quel mattino chiaro che salii
tra i vigneti già spogli, tra i pendii già trapunti di bei colchici lilla. Forse vedendo il bel fiore malvagio che i fiori uccide e semina le brume,
le rondini addestravano le piume al primo volo, timido, randagio; e a me randagio parve buon presagio accompagnarmi loro nel costume.
«Viaggio con le rondini stamane...» «Dove andrà?» — «Dove andrò? Non so... Viaggio, viaggio per fuggire altro viaggio... Oltre Marocco, ad isolette strane,
ricche in essenze, in datteri, in banane, perdute nell'Atlantico selvaggio... Signorina, s'io torni d'oltremare, non sarà d'altri già? Sono sicuro
di ritrovarla ancora? Questo puro amore nostro salirà l'altare?» E vidi la tua bocca sillabare a poco a poco le sillabe: giuro.
Giurasti e disegnasti una ghirlanda sul muro, di viole e di saette, coi nomi e con la data memoranda: trenta settembre novecentosette...
Io non sorrisi. L'animo godette quel romantico gesto d'educanda. Le rondini garrivano assordanti, garrivano garrivano parole
d'addio, guizzando ratte come spole, incitando le piccole migranti... Tu seguivi gli stormi lontananti ad uno ad uno per le vie del sole...
«Un altro stormo s'alza!...» — «Ecco s'avvia!» «Sono partite...» — «E non le salutò!...» «Lei devo salutare, quelle no: quelle terranno la mia stessa via:
in un palmeto della Barberia tra pochi giorni le ritroverò...» Giunse il distacco, amaro senza fine, e fu il distacco d'altri tempi, quando
le amate in bande lisce e in crinoline, protese da un giardino venerando, singhiozzavano forte, salutando diligenze che andavano al confine...
M'apparisti così, come in un cantico del Prati, lacrimante l'abbandono per l'isole perdute nell'Atlantico; ed io fui l'uomo d'altri tempi, un buono
sentimentale giovine romantico... Quello che fingo d'essere e non sono!
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