D'estate, in un sentiero di campagna, v'occorse certo d'incontrare un bruco enorme e glabro, verde e giallo, ornato di sette zone oblique turchine.
Il bruco errava in cerca della terra dove affondare e trasmutarsi in ninfa; e dalla gaia larva, a smalti chiari, nasceva nell'autunno la più tetra
delle farfalle: l'Acherontia Atropos. Certo vi è nota questa cupa sfinge favoleggiata, dal massiccio addome dal corsaletto folto con impresso
in giallo d'ocra il segno spaventoso. Natura che dispensa alle Diurne i colori dei fiori e delle gemme, Natura volle l'Acherontia Atropos
simbolo della Notte e della Morte messaggera del Buio e del Mistero. E la segnò con la divisa fosca e del sinistro canto. L'entomologo
tuttora indaga come l'Acherontia si lagni. Disse alcuno col vibrare dei tarsi. Ma non è. Mozzato ho i tarsi all'Acherontia e s'è lagnata ancora.
Parve ad altri col fremito dei palpi. Io cementai di mastice la bocca all'Acherontia e s'è librata ancora per la mia stanza, ha proseguito ancora
più furibondo il grido d'oltretomba; grido che pare giungere da un'anima penante che preceda la farfalla, misterioso lagno che riempie
uomini e bestie d'un ignoto orrore: ho veduto il mio cane temerario abbiosciarsi tremando foglia a foglia rifiutarsi d'entrare nella stanza
dov'era l'Acherontia lamentosa. L'apicultore sa che questo lagno imita il lagno dell'ape regina quando è furente contro le rivali,
e concede alla sfinge d'aggirarsi pei favi, saziandosi di miele. L'operaie non pungono l'intrusa, si dispongono in cerchio al suo passaggio,
con l'ali chine e con l'addome alzato, l'atteggiamento mite e riverente detto “la rosa” dall'apicultore. E la nemica dell'apicultore
col triste canto incanta l'alveare. All'alba solo, quando l'Acherontia intorpidita e sazia tace e dorme, l'operaie decretano la morte.
Depone ognuna sopra l'assopita un granello di propoli, il cemento resinoso che tolgono alle gemme. E la nemica è rivestita in breve
d'una guaina e non ha più risveglio. L'apicultore trova ad ogni autunno, tra i favi, questi grandi mausolei. Farfalla strana, figlia della Notte,
sorella della nottola e del gufo, opra non di Natura, ma di demoni, evocata con filtri e segni e cabale dalle profondità d'una caverna!
Bimbo, ricordo, per le mie raccolte sempre immolai con trepidanza questa cupa farfalla, quasi nel terrore di suscitare con la fosca vittima
l'ira d'una potenza tenebrosa. E anche perchè l'Atropo mi parla di cose care, dell'antiche ville. Sul canterano dell'Impero, sotto
la campana di vetro che racchiude le madrepore rare e le conchiglie sta quasi sempre l'Acherontia Atropos depostavi da un nonno giovinetto.
L'Acherontia frequenta le campagne, i giardini degli uomini, le ville; di giorno giace contro i muri e i tronchi, nei corridoi più cupi, nei solai
più desolati, sotto le grondaie, dorme con l'ali ripiegate a tetto. E n'esce a sera. Nelle sere illuni fredde stellate di settembre, quando
il crepuscolo già cede alla notte, e le farfalle della luce sono scomparse, l'Acherontia lamentosa si libra solitaria nelle tenebre
tra i camerops, le tuje, sulle ajole dove dianzi scherzavano i fanciulli le Vanesse le Arginnidi i Papilicirc(î). L'Acherontia s'aggira. Il pipistrello
l'evita con un guizzo repentino. L'Acherontia s'aggira. Alto è il silenzio comentato, non rotto dalle strigi, dallo stridio monotono dei grilli.
La Villa è immersa nella notte. Solo spiccano le finestre della sala da pranzo dove la Famiglia cena. L'Acherontia s'appressa esita spia
numera i commensali ad uno ad uno, sibila un nome, cozza contro i vetri tre quattro volte come nocca ossuta. La giovinetta più pallida s'alza
con un sussulto, come ad un richiamo. “Chi c'è?” Socchiude la finestra, esplora il giardino invisibile, protende il capo d'oro nella notte illune...
— Chi c'è? Chi c'è? Non c'è nessuno, Mamma! — Richiude i vetri, con un primo brivido, risiede a mensa, tra le sue sorelle. Ma già s'ode il garrito dei fanciulli
giubilanti per l'ospite improvvisa, per l'ospite guizzata non veduta. Intorno al lume turbina ronzando la cupa messaggiera funeraria.
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