«Vedrà che dorme le sue notti in pace: un sonnifero d'oro, in fede mia!» Narrava, intanto, certa gelosia con non so che loquacità mordace.
«Ma c'è il notaio pazzo di quell'oca! Ah! quel notaio, creda: un capo ameno! La Signorina è brutta, senza seno, volgaruccia, Lei sa, come una cuoca...
E la dote... la dote è poca, poca: diecimila, chi sa, forse nemmeno...» «Ma dunque?» — «C'è il notaio furibondo con Lei, con me che volli presentarla
a Lei; non mi saluta, non mi parla...» «È geloso?» — «Geloso! Un finimondo!...» «Pettegolezzi!...» — «Ma non Le nascondo che temo, temo qualche brutta ciarla...»
«Non tema! Parto.» — «Parte? E va lontana?» «Molto lontano... Vede, cade a mezzo ogni motivo di pettegolezzo...» «Davvero parte? Quando?» — «In settimana...»
Ed uscii dall'odor d'ipecacuana nel plenilunio settembrino, al rezzo. Andai vagando nel silenzio amico, triste perduto come un mendicante.
Mezzanotte scoccò, lenta, rombante su quel dolce paese che non dico. La Luna sopra il campanile antico pareva «un punto sopra un I gigante».
In molti mesti e pochi sogni lieti, solo pellegrinai col mio rimpianto fra le siepi, le vigne, i castagneti quasi d'argento fatti nell'incanto;
e al cancello sostai del camposanto come s'usa nei libri dei poeti. Voi che posate già sull'altra riva, immuni dalla gioia, dallo strazio,
parlate, o morti, al pellegrino sazio! Giova guarire? Giova che si viva? O meglio giova l'Ospite furtiva che ci affranca dal Tempo e dallo Spazio?
A lungo meditai, senza ritrarre le tempia dalle sbarre. Quasi a scherno s'udiva il grido delle strigi alterno... La Luna, prigioniera fra le sbarre,
imitava con sue luci bizzarre gli amanti che si baciano in eterno. Bacio lunare, fra le nubi chiare come di moda settant'anni fa!
Ecco la Morte e la Felicità! L'una m'incalza quando l'altra appare; quella m'esilia in terra d'oltremare, questa promette il bene che sarà...
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