Sopra l'astuccio nitido di lacca una fascia di seta giavanese evoca un mare calmo che scintilla tra i palmizi dai vertici svettanti.
Mi saluta un mio pallido fratello navigatore in quelle parti calde d'India mi parla delle mie raccolte ricorda la mia grande tenerezza
per le cose che vivono, rimpiange di non avermi seco nelle valli favolose, mi manda una farfalla che mi porti il saluto d'oltremare
attraverso la mole della Terra dalle selve incantate degli antipodi. Con un tremito lieve delle dita apro l'astuccio d'erba contessuta
e in un bagliore d'oro e di smeraldo ecco m'appare la farfalla enorme che mi giunge di là, che riconosco. L'Ornithoptera Pronomus, la specie
simbolica dell'isole remote, la maraviglia che i naturalisti del tempo andato, reduci da Giava, dalle Molucche, dalla Polinesia
ci descrissero in libri malinconici, l'Ornithoptera Pronomus, la mole abbagliante che supera ed offusca le più belle farfalle dei musei.
Con un tremito lieve nelle dita — il tremito che forse l'entomologo comprende — estraggo delicatamente, esamino il magnifico esemplare.
Mistero intraducibile ch'emana dalle farfalle esotiche! Lo sguardo si perde, si confonde sbigottito come da forme soprannaturali;
misera veste delle nostre Arginnidi delle nostre Vanesse delle nostre più belle specie comparate a questa maravigliosa forma d'oltremare!
Medito a lungo e l'occhio indagatore pur già discerne qualche analogia; anche questa bellezza che m'abbaglia come una forma non terrestre, come
una specie selenica, fa parte della grande catena armoniosa ha remoti parenti anche tra noi. Le zampe lunghe speronate, l'ali
angolari dal margine ondulato, l'addome snello, pur nella sua mole, un po' ricurvo, il corsaletto breve, la breve testa dalle antenne a clava,
fanno dell'Ornithoptera il cugino barbaro del Papilio Podalirio. Ma come travestito! L'ali sono immense, di velluto nero, accese
da larghe zone d'una brace verde, un verde inconciliabile col nostro pallido sole settentrionale, l'addome è giallo, un giallo polinese
intollerando sotto i nostri climi, la farfalla è brevissima, tutt'ala, stupendamente barbara inquetante come un gioiello d'oro e di smeraldo
foggiato per la fronte tatuata d'un principe da un orafo papuaso ch'abbia tolto a modello il Podalirio nostrano, ingigantendolo, avvivandolo
di colori terribili, secondo l'arte dell'arcipelago selvaggio. E la farfalla che non so pensare sui nostri fiori sotto il nostro cielo
ben s'accorda coi mostri floreali: gnomi panciuti dalle barbe pendule, ampolle inusitate, coni lividi evocanti la peste e il malefizio;
s'accorda coi paesi della favola sopravissuti al tempo delle origini: vulcani ardenti, moli di basalto, foreste dal profilo miocenico
dall'aria dolce senza mutamento dove la luce tremola e scintilla tra il fasto delle felci arborescenti.
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