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1883–1916

IV

Guido Gozzano

Bellezza riposata dei solai dove il rifiuto secolare dorme! In quella tomba, tra le vane forme di ciò ch'è stato e non sarà più mai,

bianca bella così che sussultai, la Dama apparve nella tela enorme: «È quella che lasciò, per infortuni, la casa al nonno di mio nonno... E noi

la confinammo nel solaio, poi che porta pena... L'han veduta alcuni lasciare il quadro; in certi noviluni s'ode il suo passo lungo i corridoi...»

Il nostro passo diffondeva l'eco tra quei rottami del passato vano, e la Marchesa dal profilo greco, altocinta, l'un piede ignudo in mano,

si riposava all'ombra d'uno speco arcade, sotto un bel cielo pagano. Intorno a quella che rideva illusa nel ricco peplo, e che morì di fame,

v'era una stirpe logora e confusa: topaie, materassi, vasellame, lucerne, ceste, mobili: ciarpame reietto, così caro alla mia Musa!

Tra i materassi logori e le ceste v'erano stampe di persone egregie; incoronato delle frondi regie v'era .

«Avvocato, perchè su quelle teste buffe si vede un ramo di ciliegie?» Io risi, tanto che fermammo il passo, e ridendo pensai questo pensiero:

Oimè! La Gloria! un corridoio basso, tre ceste, un canterano dell'Impero, la brutta effigie incorniciata in nero e sotto il nome di Torquato Tasso!

Allora, quasi a voce che richiama, esplorai la pianura autunnale dall'abbaino secentista, ovale, a telaietti fitti, ove la trama

del vetro deformava il panorama come un antico smalto innaturale. Non vero (e bello) come in uno smalto a zone quadre, apparve il Canavese:

Ivrea turrita, i colli di Montalto, la Serra dritta, gli alberi, le chiese; e il mio sogno di pace si protese da quel rifugio luminoso ed alto.

Ecco — pensavo — questa è l'Amarena, ma laggiù, oltre i colli dilettosi, c'è il Mondo: quella cosa tutta piena di lotte e di commerci turbinosi,

la cosa tutta piena di quei «cosi con due gambe» che fanno tanta pena... L'Eguagliatrice numera le fosse, ma quelli vanno, spinti da chimere

vane, divisi e suddivisi a schiere opposte, intesi all'odio e alle percosse: così come ci son formiche rosse, così come ci son formiche nere...

Schierati al sole o all'ombra della Croce, tutti travolge il turbine dell'oro; o Musa — oimè — che può giovare loro il ritmo della mia piccola voce?

Meglio fuggire dalla guerra atroce del piacere, dell'oro, dell'alloro... L'alloro... Oh! Bimbo semplice che fui, dal cuore in mano e dalla fronte alta!

Oggi l'alloro è premio di colui che tra clangor di buccine s'esalta, che sale cerretano alla ribalta per far di sè favoleggiar altrui...

«Avvocato, non parla: che cos'ha?» «Oh! Signorina! Penso ai casi miei, a piccole miserie, alla città... Sarebbe dolce restar qui, con Lei!...»

«Qui, nel solaio?...» — «Per l'eternità!» «Per sempre? accetterebbe?...» — «Accetterei!» Tacqui. Scorgevo un atropo soletto e prigioniero. Stavasi in riposo

alla parete: il segno spaventoso chiuso tra l'ali ripiegate a tetto. Come lo vellicai sul corsaletto si librò con un ronzo lamentoso.

«Che ronzo triste!» — «È la Marchesa in pianto... La Dannata sarà, che porta pena...» Nulla s'udiva che la sfinge in pena e dalle vigne, ad ora ad ora, un canto:

O mio carino tu mi piaci tanto, siccome piace al mar una sirena... Un richiamo s'alzò, querulo e roco: «È Maddalena inqueta che si tardi:

scendiamo: è l'ora della cena!» — «Guardi, guardi il tramonto, là... Com'è di fuoco!... Restiamo ancora un poco!» — «Andiamo, è tardi!» «Signorina, restiamo ancora un poco!...»

Le fronti al vetro, chini sulla piana, seguimmo i neri pipistrelli, a frotte; giunse col vento un ritmo di campana, disparve il sole fra le nubi rotte;

a poco a poco s'annunciò la notte sulla serenità canavesana... «Una stella!...» — «Tre stelle!...» — «Quattro stelle!...» «Cinque stelle!» — «Non sembra di sognare?...»

Ma ti levasti su quasi ribelle alla perplessità crepuscolare: «Scendiamo! È tardi: possono pensare che noi si faccia cose poco belle...»

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