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1883–1916

IV

Guido Gozzano

Se la Vanessa ed il Papilio sono nobili forme alate e dànno immagine d'un cavaliere e d'una principessa, la Pieride comune fa pensare

una fantesca od una contadina. È volgare dal nome alla divisa scialba, dal volo vagabondo al bruco nero–verde, flagello delle ortaglie.

Ridotte queste a nuda nervatura i bruchi vanno su pei muri a mille, fissano le crisalidi alle mensole ai capitelli ai pepli delle statue,

curiose crisalidi sorrette alla vita da un filo e non appese, angolari, sfuggevoli, aderenti concolori così col marmo e il muro

che lo sguardo le fissa e non le vede. Se tutte si schiudessero la Terra sarebbe invasa d'ali senza fine. Ma gran parte ha con sè, già nello stato

di bruco, i germi della morte certa. Chi s'aggiri in un orto vede all'opra il Microgaster, piccolo imenottero dall'ali e dalle antenne rivibranti

smilzo, cornuto, negro come un dèmone. Vola scorre sui bruchi delle Pieridi, inarca infigge l'ovopositore, immerge nei segmenti della vittima

il germe della morte ad ogni assalto. Ad ogni assalto il bruco si contorce, ma quando il Microgaster l'abbandona non sembra risentirsi dell'offesa,

cresce vive coi germi della morte... Vive e i germi si schiudono, le larve del parassita invadono la vittima ignara, ne divorano i tessuti,

ma, rette dall'istinto prodigioso, non intaccano gli organi vitali. Il bruco vive, cresce, si trasmuta sognando il giorno del risveglio alato

ma gli ospiti hanno uccisa la crisalide la fendono sul dorso e dalla spoglia non la Pieride bianca, ma s'invola uno sciame ronzante d'imenotteri.

Come in questa vicenda, e in altre molte, la Natura che i retori vantarono perfetta ed infallibile, si svela stretta parente col pensiero umano!

Non divina e perfetta, ma potenza maldestra, spesso incerta, esita, inventa tenta ritenta elimina corregge. Popola il campo semplice del Tutto

d'opposte leggi e d'infiniti errori. Madre cieca e veggente, avara e prodiga, grande e meschina, tenera e crudele, per non perder pietà si fa spietata.

E quando vede rotta l'armonia riconosce l'errore, vi rimedia con nascite novelle ed ecatombi. Essa accenna alla Vita ed alla Morte;

e le custodi appaiono, cancellano, ritracciano la strada ed i confini. La Cavolaia predilige gli orti, l'attira il bianco delle case umane;

se scorge un muro subito s'innalza, lo valica, discende alla ricerca di compagne festevoli e d'ortaglie. E l'istinto sovente la sospinge

nel cuor della città. Da primavera a tardo autunno, giunge nelle vie. E nulla è strano come l'apparire dell'inviata candida degli orti

tra il rombo turbinoso cittadino. Allora s'interrompe il ragionare dell'amico loquace: una farfalla! Com'è giunta nel cuor della città?

Aveva la crisalide sui colli oltre il fiume, nell'orto d'una villa. L'istinto delle razze numerose sospinge la farfalla ad emigrare;

discese al piano, trasvolò sul fiume, valicò gli edifici immaginando orti propizi e si trovò perduta, prigioniera nel grande laberinto

di pietra che costrussero gli uomini. Da ore e ore forse dal mattino s'aggira stanca per le vie diritte dove non cresce un filo d'erba o un fiore.

Come si specchia nei diciottomila occhi stupiti il turbinio dell'uomo? Forse a quei sensi minimi la folla le case i carri, questi corpi grandi

sono come la frana il fuoco l'acqua fenomeni malvagi da fuggirsi. Fugge. L'attira un cespo semovente di fiori finti, un cencio verde, azzurro,

si libra sulla folla, sull'intrico metallico, tra il rombo e le faville, e va senza riposo: un carro passa e la travolge nella scia ventosa...

Con volo ravvivato dal terrore cerca uno scampo in alto, sale obliqua contro le case, attinge i tetti, il sole; si ristora ad un cespo di geranii

fugge lasciando un lembo d'ala a un mostro tentacolare e candido: una mano vola sopra il deserto delle tegole nè più discende nelle vie profonde,

da tetto a tetto, va senza riposo, va tra la selva di colmigni spessi. Ed ecco aprirsi sotto la randagia l'abisso verde di un giardino: scende

scende verso il colore che l'attira. Il giardino è degli uomini: ingannevole. Vi trova l'erba tenera, le fronde, i fiori, una brigata di sorelle

sbandate, riparate in quell'oàsi. Ma l'erba cittadina non ha steli; gli alberi mostri ignoti d'oltremare non hanno nella fronda coriacea

un fiore. E l'uomo meditò nel fiore l'ultima frode: suggellò il nettario, con arte maga trasmutò gli stami in multiple corolle mostruose.

Le Pieridi s'aggirano sui fiori tentano le azalee ed i giacinti ma le corolle sugellate al bacio son come belle donne senza bocca.

Poche Pieridi trovano la via dei campi. Grande parte è prigioniera del chiuso laberinto cittadino: e nel triste detrito che raccoglie

la scopa mattinale delle vie biancheggiano falangi d'ali morte...

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