Redimita di fronde agropungenti — ahi! non d'alloro — la mia Musa canta. Alti cespi d'ortica alzano intorno alle mie carte un cerchio folgorante,
mensa ed albergo ai numerosi alunni. Dalle schiuse finestre entra l'Estate; brilla sui campi, sul tripudio verde, puro l'abisso cerulo del cielo.
A me dintorno un crepitìo di pioggia fanno le lime assidue infinite degli alunni famelici. Da tempo convivo solo, con la mia brigata.
Animarsi dal cumulo dei semi li vidi quasi miglio germinante, piccoli, inermi, sotto tende lievi, in groppo avvinti, trarre i giorni primi.
Volsero i giorni, crebbero gli alunni; per ben tre volte usciti di se stessi tre volte tanto apparvero voraci. Or fatti pesi, flettono le cime
della mia selva, ammantano le foglie con loro mole fosca, irta di punte. Inorridite? Nulla v'ha d'orrendo per chi fissa le linee le tinte
con occhi nuovi, sempre bene aperti. Meditiamo i villosi prigionieri senza ribrezzo, con pietà fors'anco, se pietà di lor vita oscura e prona
non dileguasse la speranza certa: il guiderdone del risveglio alato. Tratto ad inganno un bruco, ecco, abbandona l'ospiti foglie, segue la mia mano:
considerate senza abbrividire quanta pose Natura intorno a lui, dotta nei suoi lavori, intima cura! E quanti occhi gli diede a che d'intorno
scorger potesse in ogni dove e quante ha per moversi zampe e varie: alcune squammose adunche forti, zampe vere della farfalla apparitura: alcune
brevi aderenti flaccide contrattili: atte al passo del bruco sulle foglie, come ginnasta bene assicurato. Mirabile è la bocca, ordigno armato
d'acute lime in gemina ordinanza. Concavo un labbro chiude nell'incavo il margine fogliare che due salde mandibole con moto orizzontale
tagliano a scatto, in guisa di cesoja. Sotto queste maggiori altre minori mandibole triturano le fibre, quattro palpi n'adunano il tritume;
tra quelli e queste un foro sericìparo svolge all'aria un sottil filo di seta. Ma piaccia a voi questo cristallo terso all'occhio intento sottoporre, mentre
con lama breve, dentro chiara coppa, la necessaria vittima divido. Come in un bosco l'intrecciata massa di rami e ramuscei fende le nubi,
così, ma con più bello ordin, vedete quale per lungo dell'aperto dorso va di tremila muscoli la selva; ecco il sangue che scorre i molti vasi
di rete in guisa da Natura orditi e le vie mirabili dell'aria ad ogni nodo rinnovate e il cuore come collana multipla che pulsa
del corpo in ogni dove e i molti ventri e del dorso la spina in tanti nodi divisa e l'ammirabile del capo figura interior eccovi aperta.
Questo — benchè più delicato ordigno offra il bombice industre — è il laberinto misterioso della seta fusa. Discende il vaso dall'estrema bocca,
come fiume che va, poi si biparte; dall'una e l'altra banda i rami pari s'avvolgono ai precordi intimi e dove l'uno si fa maggior pur l'altro è tale;
poi, quasi giunti al fin, piegano e al capo ascendono e giù tornano ed ascendono, elaborato alfin recano al labbro l'umor tenace che diventa seta;
non altrimenti il sangue dei vulcani s'addensa all'aria in rivoli di lava. Ma, oimè, che vedo? Addormentata quasi, esanimi gli sguardi, con la mano
un mal frenate languido sbadiglio! Che più? Si tace il crepitìo di pioggia: i bruchi alunni in vario atteggiamento mi stanno intorno addormentati tutti
mirabilmente! Vince Anatomia le droghe oppiate dell'Arabia estrema. Amica sonnacchiosa e perdonate, voi nata al sogno libero e alla grazia,
perdonate la Musa paziente osservatrice. Ben s'addice al lento trasmutare dei bruchi prigionieri; più tardi al tempo del risveglio alato,
anch'essa certo spiegherà nei cieli l'ali del sogno per seguirli a volo. Eccoli intanto, bruchi tuttavia, stinto il velluto, tumefatti i nodi,
eretto il capo immobile, le zampe fisse alle foglie da sottili bave, giacersi infermi nella sesta muta. Per tutto un giorno in torpida quiete
uno spasimo ignoto li tormenta: essere un altro, uscire di se stessi! Uscire di se stessi! E li vedete or gonfiarsi, or contrarsi, ora dibattersi,
or delle membra tremule far arco, fin che sul terzo nodo ecco si fende l'antica spoglia e sul velluto stinto vivida splende la divisa nuova.
Ed uno appare in due e due in uno, ma già l'infermo tutto si distorce, come da un casco liberando il capo dal capo antico, dalle antiche zampe
le nuove zampe liberando, lento movendo già, lasciandosi alle spalle quegli che fu, come guaina floscia. Ma il sesto dì la mia famiglia trovo
dispersa tutta lungo le pareti. Come le sacre vittime d'un tempo s'apprestavano degne col digiuno, i bruchi alunni mondano i precordi,
ricusano la fronda. È giunta l'ora. Consapevoli quasi del mistero imminente, s'ammusano l'un l'altro, lenti volgendo ad ora ad or la testa,
esplorano gli arredi gli scaffali le cimase gli spigoli, un rifugio cercando eccelso come gli stiliti. Cercano in vero il luogo ove celarsi
dai nemici del cielo e della terra; quale vigilia torpida li attenda ben sanno e sotto quale spoglia inerte pendula ignuda, senza la custodia
del bombice di sua seta fasciato; chè le Diurne mutansi in crisalidi non difese che dalla forma subdola, dalla tinta sfuggente, non armate
che di silenzio immobile e d'attesa. Dato è perciò seguire nel mistero i pellegrini della forma. Eletto un rifugio sicuro, il bruco intreccia
poche fila in un cumulo, a sostegno, v'infigge i ganci delle zampe estreme e s'abbandona capovolto come l'acrobata al trapezio. Un giorno intero
resta pendulo immoto, in doglia grande, fin che si fende a sommo e la crisalide convulsa vibra, si sguaina lenta dalla spoglia villosa che risale,
s'aggrinza, cade all'ultimo sussulto. Ogni forma di bruco è dileguata: la crisalide splende, il novo mostro inquietante ambiguo diverso
da ciò che fu da ciò che dovrà essere! Pendula, immota, senza membra, fusa nel bronzo verde maculato d'oro, cosa rimorta la direste, cosa
d'arte, monile antico dissepolto; un minuscolo drago vi ricorda il dorso formidabile di punte, la maschera d'un satiro v'appare
nel profilo gibboso e bicornuto. Dove il bruco defunto, la farfalla apparitura? La Natura, scaltra nasconditrice, deviò lo sguardo
dell'uomo del ramarro della passera. Ma la farfalla tutta, se badate ben sottilmente, appare a parte a parte in rilievo leggiero: il capo chino
tra l'ali ripiegate come bende, l'antenne la proboscide le zampe giustacongiunte al petto. La crisalide ritrae la farfalla mascherata
come il coperchio egizio ritraeva le membra della vergine defunta. Ma già — mentre ch'io parlo — i bruchi tutti sono vocirc(ô)lti in crisalidi. Al soffitto
agli scaffali al dorso dei volumi famosi, alle cornici delle stampe, financo — irriverenza — al naso adunco, alla mascella scarna del Poeta,
ovunque la mia stanza è un scintillare di pendule crisalidi sopite. Guardo e sorrido. E un velo di tristezza mi tiene già gli alunni ripensando
che più non sono e loro schiera bruna raccolta intorno alle mie carte quando rinnovavo la selva agropungente e m'era caro il crepitìo di lime
dei compagni famelici e seguirne i moti e l'attitudini e ritrarne col pennello e col verso il divenire. Oggi tutto è silenzio di clausura,
digiuno, attesa immobile, sgomento di necropoli tetra. Alle pareti ogni defunto è un pendulo monile, ogni monile un'anima che attende
l'ora certa del volo. Ed io mi sono quel negromante che nel suo palagio senza fine, in clessidre senza fine, custodisce gli spiriti captivi
dei trapassati, degli apparituri. Veramente la mia stanza modesta è la reggia del non essere più, del non essere ancora. E qui la vita
sorride alla sorella inconciliabile e i loro volti fanno un volto solo. Un volto solo. Mai la Morte s'ebbe più delicato simbolo di Psiche:
psiche ad un tempo anima e farfalla sculpita sulle stele funerarie da gli antichi pensosi del prodigio. Un volto solo...
Cookies on Poetry Cove