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1883–1916

I

Guido Gozzano

Signorina Felicita, a quest'ora scende la sera nel giardino antico della tua casa. Nel mio cuore amico scende il ricordo. E ti rivedo ancora,

e Ivrea rivedo e la cerulea Dora e quel dolce paese che non dico. Signorina Felicita, è il tuo giorno! A quest'ora che fai? Tosti il caffè:

e il buon aroma si diffonde intorno? O cuci i lini e canti e pensi a me, all'avvocato che non fa ritorno? E l'avvocato è qui: che pensa a te.

Pensa i bei giorni d'un autunno addietro, Vill'Amarena a sommo dell'ascesa coi suoi ciliegi e con la sua Marchesa dannata, e l'orto dal profumo tetro

di busso e i cocci innumeri di vetro sulla cinta vetusta, alla difesa... Vill'Amarena! Dolce la tua casa in quella grande pace settembrina!

La tua casa che veste una cortina di granoturco fino alla cimasa: come una dama secentista, invasa dal Tempo, che vestì da contadina.

Bell'edificio triste inabitato! Grate panciute, logore, contorte! Silenzio! Fuga delle stanze morte! Odore d'ombra! Odore di passato!

Odore d'abbandono desolato! Fiabe defunte delle sovrapporte! Ercole furibondo ed il Centauro, la gesta dell'eroe navigatore,

Fetonte e il Po, lo sventurato amore d'Arianna, Minosse, il Minotauro, Dafne rincorsa, trasmutata in lauro tra le braccia del Nume ghermitore...

Penso l'arredo — che malinconia! — penso l'arredo squallido e severo, antico e nuovo: la pirografia sui divani corinzi dell'Impero,

la cartolina della Bella Otero alle specchiere... Che malinconia! Antica suppellettile forbita! Armadi immensi pieni di lenzuola

che tu rammendi paziente... Avita semplicità che l'anima consola, semplicità dove tu vivi sola con tuo padre la tua semplice vita!

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