Quest'oggi il mio sogno mi canta figure, parvenze tranquille
d'un giorno d'estate, nel mille e... novecento... quaranta.
(Adoro le date. Le date: incanto che non so dire,
ma pur che da molto passate o molto di là da venire. )
Sfioriti sarebbero tutti i sogni del tempo già lieto
(ma sempre l'antico frutteto darebbe i medesimi frutti).
Sopita quest'ansia dei venti anni, sopito l'orgoglio
(ma sempre i balconi ridenti sarebbero di caprifoglio).
Lontani i figli che crebbero, compiuti i nostri destini
(ma sempre le stanze sarebbero canore di canarini).
Vivremmo pacifici in molto agiata semplicità;
riceveremmo talvolta notizie della città...
la figlia: «...l'evento s'avanza, sarete Nonni ben presto;
entro fra poco nel sesto mio mese di gravidanza...»
il figlio: «... la Ditta ha riprese le buone giornate. Precoci
guadagni. Non è più dei soci quel tale ingegnere svedese».
Vivremmo, diremmo le cose più semplici, poi che la Vita
è fatta di semplici cose, e non d'eleganza forbita.