Perchè nel vetro di Boemia antica,
dopo un'ora, già langue l'aromale
fior che m'offerse la mia dolce Amica?
Chè la verbena vi languisce, quale
la Donna amante il biondo Garcilaso
già martoriata dal segreto male.
Io so quel male: il calice del vaso
la bella mano — o gran disavventura! —
col ventaglio d'avorio urtò per caso.
E pur bastò. La lieve incrinatura
è insanabile ormai; il morituro
fiore s'inchina, stanco, nell'arsura,
chè la ferita del cristallo duro
tacitamente compie tutto il giro
per cammino invisibile e sicuro.
Vanisce l'acqua e muore il fiore. Io miro
il calice mortifero che serba
quasi non traccia di ferita in giro,
e una assai trista simiglianza e acerba
sento fra il vetro e il calice d'un cuore
sfiorato a pena da una man superba.
La ferita da sè, senza romore,
il calice circonda nel rotondo
e il fior d'amore a poco a poco muore.
Il cuore che sano e forte pare al mondo
sèrpere sente la segreta pena
in cerchio inesorabile e profondo.
E pur la mano l'ha sfiorato a pena...
Perchè nel vetro di Boemia antica,
dopo un'ora, già langue la verbena
che vi compose la mia dolce Amica?