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1255–1300

XXXV

Guido Cavalcanti

Perch'i' no spero di tornar giammai, ballatetta, in Toscana, va' tu, leggera e piana, dritt'a la donna mia,

che per sua cortesia ti farà molto onore. Tu porterai novelle di sospiri piene di dogli'e di molta paura;

ma guarda che persona non ti miri che sia nemica di gentil natura: ché certo per la mia disaventura tu saresti contesa,

tanto da lei ripresa che mi sarebbe angoscia; dopo la morte, poscia, pianto e novel dolore.

Tu senti, ballatetta, che la morte mi stringe sì, che vita m'abbandona; e senti come 'l cor si sbatte forte per quel che ciascun spirito ragiona.

Tanto è distrutta già la mia persona, ch'i' non posso soffrire: se tu mi vuoi servire, mena l'anima teco

(molto di ciò ti preco) quando uscirà del core. Deh, ballatetta, a la tu' amistate quest'anima che trema raccomando:

menala teco, nella sua pietate, a quella bella donna a cu' ti mando. Deh, ballatetta, dille sospirando, quando le se' presente:

«Questa vostra servente vien per istar con voi, partita da colui che fu servo d'Amore».

Tu, voce sbigottita e deboletta ch'esci piangendo de lo cor dolente, coll'anima e con questa ballatetta va' ragionando della strutta mente.

Voi troverete una donna piacente, di sì dolce intelletto che vi sarà diletto starle davanti ognora.

Anim', e tu l'adora sempre, nel su' valore.

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