Skip to content
1390–1449

XXXV

Giusto de' Conti

In quella parte, dove i miei pensieri Miran quegli occhi vaghi, anzi quel sole, Che scorge al glorioso fin la gente, Convien che le dolenti mie parole

Per forza pieghi, avenga ch'io non speri Trovar parlando posa al cor dolente. Divina luce, che sì dolcemente Mia vita ardendo, al foco mi consumi,

A te rivolgo tutti i miei sospiri: Et se pur dai martiri Non mi dan pace o triegua quei bei lumi, Più misurata guerra al cor si faccia:

Quelle spietate braccia, Ond'io cotanto oltraggio ancor sostegno, Apra s'io ne son degno, La natural bontà, che dal ciel hai,

Commossa da pietà di tanti guai. Quello infinito ben, di che io ragiono, Et quell'alta speranza che indi nasce, Gli spirti invola nel parlar ch'uom face:

Talché l'alma ingannata allor si pasce D'ombre soavi, che raccolte sono Nel cor, che disiando ognor si sface: Così si annoda la mia lingua et tace,

Che volea dir della mia acerba vita; Et di bontade or parla et di salute, Sì forte è la virtute Di quello alto subietto che la invita,

Che ragionando eterno ne divento. Nel ben passato io sento Il mal presente, et me medesmo oblio; Et morto è quel disio,

Che m'avea scorto a lamentar del foco, Che mi va consumando a poco a poco. La meraviglia del crudel mio stato, Che dolcemente vien da dolce parte,

Fa che il mio mal non creda chi l'ascolta, Benché il parlar sia certo in mille carte. O mio soccorso tanto disiato, Per voi, mirate quanto l'alma è involta

E stretta sì, che mai non fia più sciolta, Se non rompe la man che già la prese, Quella catena d'oro, ove la stringe. L'angoscia che dipinge

A color' tanti le mie guance accese, Et chi m'affredda in un punto et scolora Trapassa ad ora ad ora L'usato sì, che il fin spero da poi.

So ben ch'altri che voi Del mal, che m'invaghisce et che m'incende, Né la cagion né le parole intende. Et per più doglia so che stella cara

Dispone gli atti vostri, et che Natura Vi fece umana et di pietate amica. Quel vago impallidir, che il fronte oscura, E il subito infiammar, dove s'impara

Morire et ritornar, vie più m'intrica. Lasso, a me non val, dolce nemica. Né forza di pianeti, o d'altre tempre, Né cangiar quei bei lumi, ond'io tutto ardo.

Se l'amoroso sguardo In voi accogliete, perch'io mi distempre Si, che io ne mora senza aver mercede: Et sete di mia fede

Accorta, nel mio fronte il cor mirando: Così m'ha posto in bando D'ogni sperar costei del ciel Sirena, Che a forza con suoi sdegni alfin mi mena.

Io veggio ben, ch'io non son degno a tanto Se non soccorre vostro alto valore, Alma gentil, che nei miei detti onoro: Beltà scesa dal ciel perdona al core;

Et, per Dio, scusa l'anima che alquanto Trasporta il gran disio, quando m'accoro: Ardo in un punto e agghiaccio, vivo et moro, Mentre che sospirando tu sorridi

In guisa che visibilmente impetro: Amor poi ch'io mi spetro, Giugne al felice duol più nuovi stridi, Et qui fra il troppo lume vengo meno:

Né posso in mano il freno Tener della ragion, cara mia luce, In tanto mi conduce L'angelica belleza, e il bel cordoglio,

E il mio giusto dolore ove io non voglio. Se per destin, canzone, o per pietate La man leggiadra, e sopra ogni altra bella, La qual prende a diletto i dolor miei,

Ti porgerà colei, Che il mio cor volge in questa parte e in quella, Dilli, per che toccarla a me non lice, Et poi, lasso infelice,

Mira l'alta eccellentia che m'uccide, Che mal per me si vide Il fronte, il viso, et quella bionda treza, Poi che mia morte fan di sua belleza.

Cookies on Poetry Cove

We use cookies to remember your language preference and — only with your consent — to learn how Poetry Cove is used. You can change your mind any time.
XXXV · Giusto de' Conti · Poetry Cove