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1390–1449

XVII

Giusto de' Conti

Chi è possente a riguardar negli occhi Di lei, che a torto mi distrugge il core, Et mirar fiso le sue bionde chiome, Saprà, perché sì forte innanzi al giorno

Finire io bramo la mia grave vita, Et perché sempre lasso chiamo morte. Amor, che si nudrica di mia morte, Non so che move dentro a quei begli occhi

Che a poco a poco scema la mia vita, Et perché più languisca il tristo core, Il laccio, ov'io fui preso nel bel giorno, Che nuova arte nascoso ha tra le chiome.

Se io avesse avolte in man le amate chiome Di lei, che in fronte porta la mia morte, Et me consuma più di giorno in giorno, Farei crudel vendetta di quegli occhi,

Che fan rapina di me stesso al core, E in un punto mi danno et morte et vita. Lasso vedrò giamai quel giorno, in vita, Che dal bel nodo di sue crespe chiome

Sia sciolto alquanto l'infelice core: E, innanzi che di me trionfi Morte, Faran mai segno di pietà quegli occhi Che tran dei miei duo fonti notte et giorno?

Non vidi mai beltade in alcun giorno, Che più invaghisse la mia debil vita Quanto un dolce splendor di due begli occhi: Tal che, mirando appresso lor le chiome,

A mia voglia arsi, et non soffersi morte, Si mi rubaron dolcemente il core. Ben devi esser contento, o debil core, Che il ciel ti riservasse a questo giorno

Per darti di tal Man sì dolce morte, Che non formò natura in questa vita Sì dolce nodo in sì leggiadre chiome, Né lume tanto altero uscì mai d'occhi.

Occhi soavi onde si pasce il core Col rassembrar d'un giorno, et delle chiome, Cagion sete di vita et di mia morte.

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