Chi darà agli occhi miei sì larga vena Di lagrime, ch'io possa il mio dolore Sfogar piangendo sì, che poi m'attempre? Et per quetare il tormentoso core,
Chi darà al petto sì possente lena, Che, sì come convien, sospiri sempre? Poi che provando in sì diverse tempre, Che l'alma quando il pensa ancor ne trema,
Se contrastar potessi io a tanto male, Né ingegno o forza vale. Or che debbo altro infino all'ora estrema, Che fra sospiri et pianti venir meno
Sin che d'ambe le luci fia vendetta; E il cuor che li die' fe' ne fia punito: (Perché non ben si segue ogni appetito: Et colpa ben che lieve pena aspetta,
Accioché al pronto errar si metta freno) Però che il fuoco ardente ebbe già in seno, Et spento ancor l'accese, lui s'attristi, E il volto porte sempre et gli occhi tristi.
Forse il mio acerbo stato et l'aspra angoscia Dopo ch'io fia suggetto a tanto stratio, Moveranno a pietà chi mi dà morte: Et forse il pianto, ond'io mai non son satio,
Vincerà quella fiera voglia, poscia Che ad altra via mercè chiuse ha le porte. Non dico già che la mia cruda sorte Suo corso pieghi in acquetarmi un giorno,
Sì veggio il ciel riverso nei miei danni: Talché volgendo gli anni, Pur ferma la mia stella, intorno intorno Ritrosa ovunque vada mi riguarda.
Ma spero, se bontà nel mondo regna, Soccorra un tempo, et faccia forza al cielo, Ma poi vedendo variarmi il pelo, Et pur, qual suol, di doglie l'alma pregna,
Temo ogni mia salute omai fia tarda; Et aver mi par nel cuor cosa che m'arda, Et non so che mi sento in l'alma ascoso Che mi consuma; et lamentar non oso.
Quale uom, che giugne a troppo orribil caso, Et vede pronto l'ultimo suo strido, Né il tempo allor sostien proveggia o scampi; Così pavento, lasso, et mi disfido,
Né al mondo altro conforto mi è rimaso, Se non cagion che dì et notte avampi. Et se gli advien talor che in mente stampi Qualche soccorso, ratto si dilegua;
Ond'io ritorno alla mia usata guerra. Accioché un giorno in terra Non aggian gli occhi tristi pace o tregua. O mia cruda vaghezza, o rio pensiero,
Perché tanto alto mi scorgesti allora. Che maledico il dì, che gli occhi apersi: Perocche quanto al mondo mai soffersi Me advien, se ben ripenso, da quell'ora,
Che nel bisogno col giuditio intero Non lasciai l'ombre, et mi rivolsi al vero; Et dolcemente mi condussi al loco, Ove convien che manchi a poco a poco.
Ragione è ben che il peccator non godi D'alcun suo fallo, anzi ne senta doglia, Et l'alma che mal fe' quella sol pera. Ma benché ad ora ad or l'ardente voglia
Sottraggia l'alma, et dal ben far la frodi, Basti una morte, et sia quanto vuol fiera. Lasso, gridando vo mattino et sera; Né guarir posso, né il dolor m'uccide
Accioché il mio martir sia più vivace. Mira pensier fallace, Se al mondo simil voglia mai si vide, Che impetrar morte a me dal ciel non lice;
Né il muove la pietà del duol tanto aspro, Né il pianger mio, che omai s'ode tanto alto. Già non mi armò Natura il cuor di smalto, Né mi coprì nel petto d'un diaspro,
Che restar possa più, lasso, infelice. O forte del mio mal prima radice Perché il tuo fiero orgoglio in me no affreni, O con tua forza al fin tosto mi meni?
Lasso, che il mio dolore, ove io non voglio Contra il dover per forza mi trasporta: Et vo colpando altrui del mio fallire. Non veggio io ben, che a poca fide scorta
Commisi un tempo, ond'io a torto mi doglio, La vita, la salute, e il bel disire? Et questa è sol cagion del mio languire. Che se mortal bellezza il cor m'ingombra,
Che colpa è del destin, che a ben m'induce? Se la soverchia luce Di due begli occhi il mio vedere adombra, Perché pur mi lamento delle stelle?
Se un falso riso, et due parole m'hanno Acerbamente a morte omai sospinto; Et se nel volto un bel voler dipinto, Et portar dentro chiuso un dolce inganno,
È la cagion, che in pianto rinovelle, Perché del ciel, et delle cose belle Ognior mi lagno a torto, et non intendo Di che la fiamma nacque, ond'io mi accendo?
Canzon se vuol chi puote, et così sia, Che contra il mio voler quagiù rimanga, Perché fortuna in me sua pompa spieghi, Né vuol che Morte punto a me si pieghi,
Perché più tempo io mi consumi et pianga, Non posso più, né so di me che fia; Così m'ha concio una speranza ria, Che mi condusse, immaginando, in parte
Ove io lascia' l'ardir, l'ingegno, et l'arte.
Cookies on Poetry Cove