Quanto posso m'ingegno trar d'affanni
Quest'alma, che nudrita in pene e in doglie,
Fra misere speranze et crude voglie
Ha consumato suspirando gli anni.
Posson poi tanto in lei gli dolci inganni
Dei due begli occhi, ove il mio ben s'accoglie,
Che quanto più mi sforzo, men si scioglie
Dal crudel laccio, et più segue i suoi danni.
Qual Circe, o qual Sirena, o qual Medusa,
Con erbe, o canto, o venenoso sguardo,
M'ha trasformato dalla forma vera?
Et m'ha la mente sì d'error confusa
Per un caldo disio, donde io sempre ardo,
Che l'alma ceca sempre teme et spera?