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1390–1449

LXIII

Giusto de' Conti

Deh torci gli occhi dallo soperchio lume, Anima dolorosa, che due stelle Ti par la vista, che ti mena al fine, Et pensa chi vien tosto omai la sera;

Sì che io già sento rinforzar gli venti, Et la fortuna infin dentro del porto. Ben fora tempo omai ridursi in porto, Ch'io veggio intorno già sparito il lume,

Et al mio navigar turbati i venti: Et le tranquille mie due care stelle Mi stan celate in tutto, da la sera Ch'io vidi al viver mio sì pronto il fine.

Di quinci lasso di mia vita il fine, Quindi si mostra al mio soccorso il porto, Et al pigliar consiglio vien la sera: Ma sì m'abbaglia un dispietato lume,

Ch'io sprezo il segno di mie fide stelle, Et la salute mia commetto ai venti. Se mai s'acquetan gli turbati venti, Sì che, venendo la tempesta al fine,

All'orizzonte sorgan le mie stelle, Io scamperò fuggendo in qualche porto, Nanzi ch'un'altra volta il maggior lume Trapassi il monte, et torni l'altra sera.

Ma pria mi giugnerà l'ultima sera, Che mai levar dall'Ostro senta i venti Per isgombrare il ciel nanzi al bel lume: Et prima Amor trasporterammi al fine,

Ch'io volga vela per ritrarme in porto, Durando il corso delle crude stelle. Se tanto a me nimiche son le stelle, Che voglion ch'io sospir mattino et sera

Su l'onde errando et mai no arrivi a porto, Movansi d'ogni parte tutti i venti, Sì che una volta veggia trarmi al fine Per non veder per gli occhi mai più lume.

Leggiadro et vago lume di mie stelle Scorgimi a miglior fine innanzi sera Con più suavi venti in qualche porto.

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