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1390–1449

CXXVIII

Giusto de' Conti

Quel sol, che mi trafisse il cor d'amore, Che di sua rimembranza ancor si accende, Fortuna a gli occhi miei veder contende, Et gelosia mi cela il suo splendore,

Onde infinito in me cresce il dolore, Talché nostro intelletto nol comprende: La lingua è muta, et già più non s'intende, Mercè chiamando per pietà del core.

Misero me che del mio grave stratio Pietà non si ebbe mai, onde or sospira La mente, quando tardi sia il soccorso, Et fu il mio affanno tal, che avrebbe satio

Non pur Medea nel maggior colmo d'ira, Ma d'un spietato tigre e il cor d'un orso.

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