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1390–1449

CXLVIII

Giusto de' Conti

Amor con tanto sforzo omai m'assale, Che a mal mio grado al fin pur me conduce Ove io non voglio, et contrastar non vale. Mosse dai due begli occhi pria la luce

Che mentre al cielo mi scorgeva, un tempo Era d'ogni mia fè colonna et duce, Poi le speranze mie di tempo in tempo Disperse, e in cor mi accese quel disio,

Che già m'infiamma quanto più m'attempo. Et or quanto in me possa il furor mio, Et quanto fuor d'usanza il mio core arda, Sassel chi n'è cagion, Madonna ed io.

Ogni altra aita omai per me fia tarda, Se non questa una, ove il dolor mi mena, Se pianti né sospiri il ciel riguarda. Dall'una parte la ragion mi affrena,

Dall'altra mi combatte sempre, et preme L'oltraggio et l'onta, et la mia ingiusta pena. Ma perché il cor vacilla, et perché teme, Non debbo una fiata uscir d'affanno,

Et vendicarmi innanzi l'ore estreme? Ecco la notte inchina; et, senza inganno, All'Oriente torna omai l'Aurora: Il tempo è accetto, et la stagion dell'anno.

Finché il dolce silentio, et la dolce ora Fra il dolce sonno gli animi adolcisca: Ecco la luna spenta, eccola fora, Perch'io contra mia voglia incrudelisca:

Che biasmo fia se ciò da Amor procede, Da Amor procede, che la mente ardisca? Ponti dinanzi a gli occhi la tua fede, Et poi ripensa al suo spietato core:

Merita tanto affanno tal mercede? Merita questo il mio fedele amore? E questo il ristorar de i miei tormenti; E il refrigerio dell'antico ardore?

Deh forse meglio fia che ancor ritenti, Se pietà mai piegasse tal dureza; Et pensi pria che a tanto mal consenti. Ma che giova il pregar se lei nol preza,

Se lei di me, né del martir mio cura, Se della morte mia prende vagheza? Non sa la vita mia quanto ella è dura? Or come io spero, che il parlar la pieghi,

Se pur d'un picciol cenno ella ha paura? Essi commossa mai dai nostri prieghi? O mente stolta, quanto or sei ingannata. Et, benché la cagion per me si nieghi,

So ben perché : deh, prendi una fiata L'arme al bisogno, come far si suole; Che troppo è innanzi già la piaga andata. Così facciamo: et mentre il giorno e il sole

Si celano a ciascun, che alberga in terra, Comincio: poiché il cielo ed Amor vuole, Tu Notte, et voi Tenebre, che sotterra Nasceste eterne giù nell'altro polo,

Dove il nostro emisperio il giorno serra, Or muovati a pietade il mio gran duolo, Qual tu sai ben quanto al mio cor si accoglia, Quando me vede sconsolato et solo.

Più volte mi vedeste per gran voglia Di lagrimar, giacer tra i fiori et l'erba; Et poi mancar le lagrime per doglia. Proserpina, che fede anco mi serba

Agli notturni et queti miei sospiri, O testimon della mia vita acerba, Tu sola puoi saper dei miei martiri Il pondo et la graveza; et sola sai

Quai siano et quanti tutti i miei disiri. Tu d'ogni tempo, nel girar che fai, Mi vedi come Amor mi sprona et volve, Et nulla è a te celato nei miei guai.

Ombre amorose, et spirti ignudi et polve, Che al doloroso fine Amor sospinse; Et Pluto or sotto a noi danna et assolve, Per quella fe' che già al morir vi strinse,

Per quella stessa fede io vi scongiuro, La qual come ora me, così voi vinse: Con voi, non solo l'animo sì duro Vincer potrem di quella, per cui arsi,

Ma il sole a mezo 'l dì vedere oscuro; Ristare i fiumi, e i colli al Ciel levarsi, Il mar turbare, et acquetarsi poi, L'aquile et le colombe amiche farsi.

Debbon gli prieghi miei dinanzi a voi Esser sì santi, che il mio cor si veda Della passata fede i frutti suoi. Qui son dell'erbe, che lodò già Leda

Tanto a sua figlia; onde il pastor Troiano Vinto da lor virtù fe' la mal preda: De l'altre, onde già Circe un corpo umano In rigido orso trasformar solea,

Sì che ad Ulixe un tempo parve strano: De l'herbe, che da Pindo ebbe Medea; Et la radice, che d'Olimpo svelse, Quando all'età sua prima Exon rendea:

De l'altre che fra mille erbette scelse Per iscampar Giason, quando lui volse Monstrar per oro sue virtuti eccelse: Dei versi, donde Orfeo le selve accolse,

Et Sisifo del sasso lassò l'opra, Nel tempo che Euridice a morte tolse. Raccolto insieme ho quanto, qui di sopra, Si possa fra noi miseri mortali,

Quando Vendetta contro Amor s'adopra. Ma benché sian queste arti tante et tali, Pur l'alma sconsolata altronde spera Il suo soccorso, per quetar suoi mali.

Si affida tanto nella fe' sincera, Che in voi sempre ebbe, che per suo sostegno Fia assai vostra mercè senza preghiera. Et, benché il cor villano fusse degno

Di mille et più vendette insieme aggiunte, Non voglio al tutto armarmi ancor di sdegno: Sempre sì ben saran le mie man pronte, Ch'io potrò ritornare alla vendetta,

Per vendicar gli oltraggi et punir l'onte. Deh sciocco et vano, or così sia: aspetta Col tuo sì tardo et facile costume. La morte nostra nanzi tempo affretta.

Or dunque come io stirpo le sue piume A questa mia colomba a poco a poco, Così di tempo in tempo si consume: Lei si consume come cera al foco;

Et, quale io già nel rassembrar di lei, Per aver pace, mai non trove loco. Io parlo lagrimando, et ben vorrei, Che udisse ne' miei prieghi pieni d'ira

Il Tigre dispietato i dolor miei. Et come fra i miei denti più non spira, Così il gran foco del mio cor si allente, Per chi tanto or si piange et si sospira.

Tengami sempre solo nella mente, Come io già tenni lei gran tempo prima, Che in me l'alte faville fussin spente, Amor con quella dispietata lima

Il cor gli roda, onde egli Dido accese, Il cor che di virtù sì il ciel sublima: Contra ella aduopri Amor tutte sue offese: La luce, morte, il sol, le paia un angue;

Le notti, piene d'angoscia in ciascun mese. E, come già morendo questa langue, Così languendo lei se altrui disia, Rimanga senza vita et senza sangue.

Né resti mai lagnarsi già, se pria Il nodo che qui faccio non discioglio, Che adoppio acciò che indissulibil sia. Che più dirò, non so: ma ben mi doglio,

Che le parole mie non son più folte Di sdegno et d'ira, et pien di più orgoglio. Domandemi perdono, et non l'ascolte S'esser potesse: et quanto più s'infiamme,

Al suo gridar mercè l'orecchie volte. Et veggia spente l'amorose fiamme Che or sovra ogni altro fanno altero il viso, Che sempre vivo nella mente stamme.

Né più, qual suole, germine il bel riso Intra le nevi, le viole e i fiori, Che fanno in terra un altro Paradiso. Senza sperare, il disiar l'accori:

Ogni suo fallo ogni pensier raggrave, Sempre pensando dei passati errori, Et come il suo parlar tanto è soave, Quanto sa ben chi l'ha nel cor dipinto,

Si faccia altrui noioso, et a sé grave. Veggia nel bel sembiante un pallor tinto. Che pietà faccia a me, che più domando? Da poi che il mio signor da sdegno è vinto.

Su questo foco alfine a voi non spando Né lauro già né mirto, che non lice; Ma gli ultimi sospiri; et lagrimando, Atti dolenti, misera e infelice

Vita angosciosa, et triste ricordanze, Che lieto consacrar non si condice. Non si condice a me false speranze, Né più leggiadre lode, ma tal verso,

Che di pietate ogni lamento avanze. Quel poco di mie lagrime qui verso, Che ancor mi resta: et del buon cor le porge Lo spirto doloroso a voi converso.

Ma per troppo dolor l'uom non si accorge Che il tempo fugge: et come il Sol dà volta Ecco la notte cala e il giorno sorge. Or basta, io spero che la spera volta

Due volte non arà Proserpina anco, Che l'alma mia verà da amor disciolta. Quel Corno, che mi canta a lato manco, Dice che tosto si apparecchia il giorno,

Che l'alta mia tempesta verrà manco: Et quella fiamma, che a quell'altra intorno Spesso si aggira, et spesso inrossa e inbruna, Segno è, come ora in libertà ritorno.

Conoscolo a le stelle, ed alla Luna: A non so che nel petto, che predire Mi suole l'una et l'altra mia fortuna, Vedi che al ciel dispiace il mio martire.

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