Udite, monti alpestri, li miei versi, Fiumi correnti et rivi, Udite quanto per amar soffersi. Udite i miei lamenti, anime dive;
Et voi, che infino al sommo colmo sete Del nostro lagrimar, fontane vive. O boschi ombrosi et voi riposte et chete Strade selvagge, a cui il mio stato è chiaro:
O chiuse valli, a sospirar segrete. Soave colle: o fido porto et caro Nelle tempeste quando Amor mi assale, Mentre ardere et tremare insieme imparo.
Udite come l'amoroso strale, Quando al cor passa, poi non sana mai Il colpo, che difesa far non vale. Et poi che avrete intesi i nostri guai
Piangete meco sì, che il senta quella, Che avermi morto non gli pare assai. Ascolte nei miei pianti la novella, Che aspetta et chiede ognior cotal disio
L'alma spietata et di mercè rubella. Et tu, crudel Signor, del dolor mio Prendi vagheza, poiché sì diversi Miei prieghi non ti fer mai dolce, o pio.
Piangano insieme gli angosciosi versi: Spirti gentili e gnudi, Udite quanto per amar soffersi. Chi vide mai dolor tanti et sì crudi?
Chi mai l'udì nei nostri, o nei primi anni? Qual mente è tal, che nel pensier gli chiudi? Nacque favilla d'amorosi inganni, Et d'un crudel voler che a poco a poco
Ognior si fa più forte nei miei danni. Quinci si accese poscia quel gran foco Che il mondo tutto ha già mosso a pietade Se non la Fera a cui soccorso invoco.
Né fuggir valmi a tanta crudeltade, Se lei, dovunque io vada, venir suole; Né mi abandona mai per mille strade. Sì come stanco peregrin che il sole
Di poggio in poggio per la via accompagna Infinché il giorno all'altra gente vole: Et poi che al tardo in mare il Sol si bagna Tornami in sogno, et del mio gran martire
Tra sé ragiona, et del mio mal si lagna, Sol perché nulla manche al mio languire Et corra sempre più bramando l'esca Con gli occhi avolti in fasce al mio morire.
Oimè che lamentando si rinfresca La fiamma, accesa in mezo i nervi et l'ossa; Et par che il gran dolor dolendo cresca. Veggio la mia virtù fiaccata et scossa;
Et sotto il peso mancar mia possenza Come la neve dal gran sol percossa. Veggio fuggirmi inanzi ogni speranza; Et radoppiando le infinite voglie,
Che più, che sospirar, sempre m'avanza? Perché piuttosto forza non ci accoglie, Che mi consume al foco, in che io sempre ardo, Per fuggir, ben morendo, tante doglie?
O cruda voglia: o dispiatato sguardo, Donde la mente fra il pensier vien meno O presto ingegno, nel mio ben sì tardo: O fiero passo: o sacro et bel terreno,
Là dove al gentil lume gli occhi apersi, Che del disio sì di veder son pieno. Ricominciamo i nostri usati versi, O vaghi pensier miei
Cagion di quanto amando mai soffersi. Che giova a me se il ciel pose costei Sovra ogni altra beltà ? poi che natura La fe' sdegnosa più, ch'io non vorrei.
Vera angeletta, una innocente et pura Colomba, che è discesa allor dal cielo, Pare, a veder l'angelica figura: Spirto Celeste avolto in un bel velo,
Cosa più che divina in forma umana, A passion sugetta, a caldo, a gelo: Cor d'un diaspro in vista umile et piana: Dolci parole, et sopra l'altre accorte,
Da far gentil per forza alma villana: Corde amorose intorno al cor mio attorte: Possenti arder d'amore un uom selvaggio: Belleze sol create per mia morte:
Pensar troppo alto, et per mio mal sì saggio, Che la mia vita dentro et di for vede, Come traluce in vetro vivo raggio; Deh, perché non piutosto più mercede
Ti dié Natura, et poco men belleza, Per far contento in parte tanta fede? Havrei tue laudi poste in tanta alteza, E il mondo pien di sì soavi accenti,
Che i monti sarien mossi per dolceza. Che ben felici troppo son le genti, Che per fortuna a te compagne fersi: Beati gli occhi che ti son presenti.
Udite ancora i miei dolenti versi, Rose, viole et fiori, Udite quanto per amar soffersi. Qual forza, qual destin vuol ch'io m'adori
Costei, che mille volte il dì mi uccide, Et che della mia morte io m'inamori? Se del mio sempre lagrimar si ride Che mi conduce all'esca acerba et fiera,
Col foco in man che nel mio cor s'annide. Non veggio come indarno omai si spera Di mia salute: et come sta contenta Vedermi lagrimar mattino et sera:
Vedrò mai lasso una favilla spenta Di tanto mal, quanto al mio cor si accende; O lei di simil fiamma in parte tenta? Che allor poria nel foco che m'incende
Giacer contento, et fra pungenti spine; Ardendo il laccio, che mercè contende. Però, Signor gentil, nanzi al mio fine Fanne vendetta un dì ; prendi a dispetto,
Che a sempiterno affanno mi destine: Spira virtù nel freddo et crudel petto; Che meco insieme sforze ella a dolersi, Rompendo il velo all'indurato affetto.
Poi seguitando gli amorosi versi In più dolci sospiri, Non mi dorrà quantunque mai soffersi, Non per mio ben, ma per gli altrui martiri.
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