Hor ch'io son quivi, Amor, Fortuna, e i Cieli
De' primi strazi ancor non ben contenti,
Ma per più rinverdire i miei tormenti,
Voglion che quel bel viso mi si celi,
Per cui costumo spesso cangiar peli;
Lontan da sé mi vide, et quasi spenti
Gli occhi miei stanchi a lacrimare intenti
Per lassar, credo, i lor corporei veli.
O mia disgrazia, o mio crudel destino,
O stelle congiurate a stratiarme,
Non debbo dunque aver mai ora allegra?
S'esser dee questo, vieni or con tue arme,
Atropo, et tronca il mio mal torto lino,
Di brun vestita con tua benda negra.