L'aspra piaga mortal che me arde sempre e la memoria de l'antico colpo e me che sempre incolpo, piangendo, a lamentar me stringe ognora,
poiché di doglia i' me distrugo e spolpo, e che l'alma, provando amare tempre, si deslegua e distempre dal proprio obiecto in forma d'uom che muora.
Convien adonque, pria che 'l duol mi acora, la mente isfoghi in parte il gran martire, mostrando il stato mio, se tanto lice, e ben mi avedo e so chi è la radice
dil mio languir e dil mio gran desire; ma, pur potess'io dire ogni mio male et ogni mio dolore, io mostreria che amore
non solo alberga soto treze bionde, Né sol se anida l'angue soto fronde. Lasso ch'io mi lamento et più alto grido, anzi pur mugio, et non trovo socorso,
e via di rabia scorso, mi temo sempre gir di male in pegio. Io mi rivolvo in mente chi me ha morso e la mia vita fin l'ultimo strido,
e vegio in cui mi fido esser caduco vano et debel segio. Quanto più vegio ogni or, quanto più legio nostri volumi et anco l'altre carte,
e trascorendo vo per l'universo, per monti, piagie e boschi più disperso; e quanto penso alor che Giove e Marte con le sue forze et arte
regia il mondo e quella fioca giente, lasso che un più dolente, un più di me deriso non se vide, a tal che del mio stacio il ciel ne ride.
Misero me! che, se ben miro intorno, niun conforto mi è rimasto in terra, Né triegua a la mia guerra, ma sol cagion ch'io piangi e me lamenti,
non dico già di quella che mi serra fuor dil camin d'ogni chiar sogiorno, però che un lieto giorno non eber gli ochi miei dal vero spenti.
Io vedo ben che mie contrarij venti contra di me sono già fatti eterni, e 'l ciel con suo pianeti mi rubella. Lasso, che in mezo il mar mia navizella
rimasta è sola, et non è chi governi; e cussi in questi schermi mia vita afondo con eterno pianto, e ben cognosco quanto
e soli e tristi sono i miei pensieri, unde convien che dì e nocte sospieri. Quando la notte è obscura e magna l'ombra, e possa il mar, il cielo e 'l vento tace,
alor che ognuno ha pace, rivolze gli occhi miei più largo fiume. Io von pensando il dolor che mi sface, e quel che ogni piacer dil pecto sgombra,
ché la ragione ingombra gli sensi miei per antico costume. Lasso, che tal pensier mi obscura il lume, e trasportando va la mente in loco,
ove non cal de me, né de mia sorte, gridando mille volte alora morte; da poi che crescie in me l'aceso foco che m'arde a poco a poco
l'anima, el pecto, le midole e l'ossa; e, perché io non ripossa, agiunge ogni ora più crudi pensieri, di che convien ch'io peri e mai non spieri.
Che deb'io far se 'l mio gridar non giova, se 'l cresce il mio doler quanto m'atempo, se 'l rinuova il tempo, se primavera per mi non vien mai?
Questo dolor ogni or di tempo in tempo, con argumenti falsi et falsa prova, sempre più mi rinova lacrime agli ochi e al cor tristi guai.
Ay mondo iniquo e falso, in cui sperai e la virtù, la forza e l'aspra voglia! perché solo ver me tuo imperio spieghi, perché a pietà di me tu non te pieghi?
Deh, movite a pietà di la mia doglia che, como in foco foglia, mi strugie e mi distilla et arde tuto. Lasso, tu m'hai (di vita) al fin conduto!
Che maledeto sia ch'in te se fida, Madonna ingrata, per cui l'alma strida. Canzon, ben so che indarno i' me lamento, e quanto parlo è nulla e quanto scrivo:
merzè non credo ritrovar dal cielo, Né altrove ripossar di pace privo, mentre che l'alma chiuderà il mio velo. Ma pur, per fin ch'io vivo,
ti priego, mia canzon, e pianti insieme, da poi che amor mi preme, pietà dil viver mio ti mova almanco, poiché me vedi tristo, lasso et stanco.
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