Dunque, Ninfa crudel, dunque a' miei versi non vuoi porgere orecchio, e vuoi ch'io pèra con tanto pianto onde il mio volto aspersi? Ben di natura sì maligna e fiera
son pesci in mar fra i ceti e le balene, che allor senton piacer quand'uom dispera. Ben cantan più gioconde le sirene, mentre s'avveggon che l'incauto pino
allettato dal canto a lor sen viene. E va tanto correndo il bue marino sopra 'l veloce notator, che 'l vede provar nell'acque l'ultimo destino.
Ma come tanta crudeltà risiede, ninfa, in te che non sei di squame cinta, e non hai fesso in doppia coda il piede? Al men t'avesse il tuo furore sospinta
a saziarti un dì del sangue mio e a lasciar questa vita un giorno estinta. Ma, lasso, il core hai sì crudele e rio, che, più spietata dei marini mostri,
conceder non mi vuoi quel che desio. Alfin andrò negl'infernali chiostri, quando sii sazia de' tormenti miei, e fia ch'a dito allora ognun ti mostri.
— Costei, — diranno i pescator, — costei fece morire il misero Licone; punitela dal cielo, o sommi dèi. — Vedi Mopso, Dameta e Celadone
ch'amati essendo dalle ninfe loro, cantan pe' liti ognor dolci canzone. Son io forse men bello di costoro? Ho pur le luci al color dell'onde,
ho pur le chiome del color dell'oro. E se nel volto mio non si diffonde quel bel vermiglio che la guancia tinge, per la tua crudeltate egli s'asconde.
Pur nessuno di loro i flutti cinge, com'io, con tante e sì diverse reti; nè contra i pesci tanti ferri stringe. E sai ben tu se 'l padre mio mi vieti
d'andar col pesce alla città sovente; onde i giorni trarrei felici e lieti, poich'io compro or un fiasco, ora un tridente; e se 'l denaro il genitor mi chiede,
tosto cento e più scuse io volgo in mente; e gli vo raccontando, ed ei se 'l crede, o che 'l perdei, nel ritornar per via, o che mancante il comprator mel diede.
E se non fosse così cruda e ria qual meco è sempre, la mia pescatrice, spesso qualche bel dono anch'ella avrìa. Ma come mai, come sperar ciò lice,
se questa fèra impietosir non ponno tanti sospiri che 'l mio petto elice? Quando fia mai quel dì che in lieto sonno riposar mi sia dato, e in me si posi
colui ch'è del mio cor signore e donno? Ahi! che prima vedrò gl'impetuosi carabi pace aver colla murena, e l'anzie andar co' labraci spinosi,
pria di state vedrò bianca la Mena, ch'io possa dire un dì: — Quest'è quel giorno, quest'è l'ora ch'io debba uscir di pena. — Ben diece volte ha rinnovato il corno
Cinzia dal cominciar de' miei lamenti; eppur mai sempre a querelarmi io torno, e se co' remi faticosi e lenti guidando vo la piccoletta barca,
o se distendo la mia rete ai venti. E non è ninfa così al pianger parca che, nell'udirmi sospirar, non abbia di lagrime la guancia umida e carca.
Talor mi getto in sulla nuda sabbia, e vo la dura terra e i duri sassi per lo dolor mordendo e per la rabbia. Nè val che un qualche pescator che passi
pietoso mi sollevi e dia conforto, perchè accrescendo il mio dolor più vassi. L'altrier, pensando al mal che in seno io porto, ahi disperato! fui per affogarmi,
s'un mio compagno non si fosse accorto, che, veggendomi all'onde avvicinarmi in viso smorto e nel guardar travolto, non so dove lontan venne a menarmi.
E di certo, o crudel, non andrà molto che in fondo all'acqua estinto mi vedrai, comunque io siami o disperato o stolto. E forse allor qualche pietate avrai
del mio misero caso, alfin bagnando di qualche lagrimetta i tuoi be' rai. Ma v'è nel Nilo un fier dragon che, quando ha divorato l'uomo, al fin sen giace
sopra l'ossa spolpate lagrimando. Nè piange, no, la belva aspra e rapace per pietà; ma perchè più non ritrova ond'empiere la bocca aspra e vorace.
Tal s'avverrà ch'a te dagli occhi piova stilla di pianto sul mio caso amaro, ciò non fia per pietà che 'l cor ti mova; ma perchè del mio strazio a te sì caro
non potrai saziar quel fiero petto, in crudeltà sì mostruoso e raro. Sotto qual clima e sotto quale aspetto di fiera stella il primo dì vedesti,
e qual tana ti diè la culla e 'l tetto? Certo in mezzo del mare, empia, nascesti fra l'orche e le balene e le pistrìci, e dalle poppe loro il latte avesti;
e fra i pesci dell'uomo i più nemici conversasti mai sempre, e l'ariete, la tuli e lo scorpion ti fûro amici. Ma poss'io perder la più bella rete,
se non ti penti un dì di tanta asprezza, poichè andate saran l'ore più liete. Allor maledirai la tua fierezza, e ti dorrai di non avere il frutto
goduto a tempo della tua bellezza. Empia, ma che farai, poichè distrutto fia lo splendor che subito si strugge, fuori che consumarti in rabbia e 'n lutto?
Siccome acciuga al foco, si distrugge vostra frale beltà, donne superbe, e com'onda del mar sen passa e fugge. Abbi dunque pietà delle mi' acerbe
pene, o leggiadra pescatrice e bella, e vienne meco a riposar sull'erbe. Così non ti dirò più cruda e fella, nè delle fiere o dei marini pesci
più dura, più spietata e più rubella. Prendi l'esca e la canna, o bella, ed esci qui dove io giaccio in su la mia barchetta, e in quest'acqua i tuo' rai confondi e mesci.
Qui l'onda pura, cristallina e schietta, a far preda di lucci e di carpioni le pescatrici e i pescatori alletta. Vieni: ho serbato un cestellin d'agoni
ch'in una tratta ho presi stamattina, e vo' che sien, se qui verrai, tuoi doni. Ma lasso! a che pregar? Costei s'ostina tanto contra di me, quant'io mi doglio;
e sono i preghi miei l'onda marina, che in van batte e ribatte in uno scoglio.
Cookies on Poetry Cove