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1729–1799

XCI

Giuseppe Parini

Oh oh vedete s'i' son pronto a scrivere a' cari amici miei, signor Fantastico? Quattro corsi di luna ancor non compiono dacchè voi ne lasciaste inconsolabile,

ch'io son tosto da voi con una pìstola. — O buon! — direte: — che maniera nobile di scusarti gli è questa, Astratto amabile? — Ma pian, barbier; chè, se vorrete intendere

quel chi' vo' dir, son certo scuseretemi. In primis>, quel cotal che preso avevasi lo 'mpegno di cercar quel prete eccetera, è andato tutto giorno abbindolandomi

e di oggi in doman sempre traendola, ch'i' n'era quasi divenuto sazio. Pure alla fine spiattellato dissemi che 'l prete era impegnato, ed altre chiacchiere,

da far morir di stizza un uom che supplica. Onde pensar potrete quanti cancheri, quanti malanni e quante pesti e fistoli i' gli agurassi in sulla testa subito.

Allor m'accorsi io ben di quel proverbio che dice che costor che troppo abbaiano, solo di vento il corpo si riempiono. Quest'è una vera escusazion legittima,

che val per quante mai potessi addurvene. Ma perchè voi siete un ser tal difficile a credere alle prime cacabaldole, ce ne vorrebbe al meno un'altra simile,

ma, diacin, dove mai la debb'io prendere? Eh via! che risoluto son di dirvela. Dunque sappiate che Monna Pigrizia mi s'è fatta sì amica ed amorevole,

che lontano da quella io mai non trovomi; ed è così vezzosa e carezzevole, che mi fa tutto imbietolir e struggere. Oh se voi la vedeste quando giacesi

in letto meco, come stretto pigliami, e al collo mi s'attacca ed aggavignasi, ch'e' non c'è modo ch'i' mi possa movere! Talor mi grappa stanco in s'una seggiola,

e così forte per le braccia stringemi, sì che mi scappa di studiar la voglia. Di mezzo giorno sur un letto sdraiomi a gambe aperte col civile all'aria,

ed ella pronta al lato mio si corica, e mi fa certe carezzoccie amabili ch'i' sento andarmi tutto il core in succhio. In sulla sera poi ella dilettasi

di venirsene meco a pigliar aria verso la porta che conduce a Bergomo: onde n'andiamo adagio adagio, dandole io 'l braccio, e lietamente discorrendola.

E vi so dir ch'ell'è una bella giovane, ben tarchiata, ritonda e sì vermiglia che la pare una mela propio propio. Oh se vedeste come gnene pèrdono

dietro gli occhi coloro che la guatano! Principalmente que' che sempre stannosi il giorno intero a scriver negli studii, e tutti gli artigian che s'affaticano

nelle botteghe a far loro opre varie! Nè solo i ricchi mercatanti e gli orafi, ma i facchini, i mugnai, i pizzicagnoli e tutte queste razze la vorrebbono.

Or s'io n'ho la ragion, consideratelo, e se con una compagnia sì nobile poss'io trovar una buon'otta a scrivere. Or ch'io son certo che perdoneretemi,

non occor ch'io mi fermi in altre chiacchiere, chè già fatta ho un'agliata arcigrandissima. Ma gnaffe, messer no, tacer non voglio, e intanto che la Musa in testa frugami,

vo' cicalar finchè mi pare e piacemi, poichè alla fine tanto se ne sa a mangiarne uno spicchio quanto un aglio. Or dite, signor mio, come passatela?

Si va a spasso, si gode, o pur si studia? Sopra i libri ci vien suso la polvere, o si rompon leggendoli o si strappano? Ho inteso dire che l'Avvento prossimo

ha a toccare a voi a far le prediche. Bravo bravo, studiate, affaticatevi e 'l sapere ch'avete in quel cocuzzolo mettetelo in palese, dimostratelo,

e sgridate i villani, e convertiteli. Ma l'ora è tarda, e 'l nostro messer Pagolo m'aspetta presto a casa colla lettera. Iddievidielbondie, signor Fantastico;

vi fo una sberrettata profondissima, e vi bacio la mano dottorevole.

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