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1729–1799

LA VITA RUSTICA

Giuseppe Parini

Perchè turbarmi l'anima, O d'oro e d'onor brame, Se del mio viver Atropo Presso è a troncar lo stame?

E già per me si piega Sul remo il nocchier brun Colà donde si niega Che più ritorni alcun?

Queste che ancor ne avanzano Ore fugaci e meste, Belle ci renda e amabili La libertade agreste.

Quì Cerere ne manda Le biade, e Bacco il vin: Quì di fior s'inghirlanda Bella innocenza il crin.

So che felice stimasi Il possessor d'un'arca, Che Pluto abbia propizio Di gran tesoro carca:

Ma so ancor che al potente Palpita oppresso il cor Sotto la man sovente Del gelato timor.

Me non nato a percotere Le dure illustri porte Nudo accorrà, ma libero Il regno de la morte.

No, ricchezza nè onore Con frode o con viltà Il secol venditore Mercar non mi vedrà.

Colli beati e placidi, Che il vago Èupili mio Cingete con dolcissimo Insensibil pendìo,

Dal bel rapirmi sento, Che natura vi diè; Ed esule contento A voi rivolgo il piè.

Già la quiete, a gli uomini Sì sconosciuta, in seno De le vostr'ombre apprestami Caro albergo sereno:

E le cure e gli affanni Quindi lunge volar Scorgo, e gire i tiranni Superbi ad agitar.

In van con cerchio orribile, Quasi campo di biade, I lor palagi attorniano Temute lance e spade;

Però ch'entro al lor petto Penetra nondimen Il trepido sospetto Armato di velen.

Qual porteranno invidia A me, che di fior cinto Tra la famiglia rustica A nessun giogo avvinto,

Come solea in Anfriso Febo pastor, vivrò; E sempre con un viso La cetra sonerò!

Non fila d'oro nobili D'illustre fabbro cura Io scoterò, ma semplici E care a la natura.

Quelle abbia il vate esperto Nell'adulazion; Chè la virtude e il merto Daran legge al mio suon.

Inni dal petto supplice Alzerò spesso a i cieli, Sì che lontan si volgano I turbini crudeli;

E da noi lunge avvampi L'aspro sdegno guerrier; Nè ci calpesti i campi L'inimico destrier.

E, perchè a i numi il fulmine Di man più facil cada, Pingerò lor la misera Sassonica contrada,

Che vide arse sue spiche In un momento sol; E gir mille fatiche Col tetro fumo a vol.

E te villan sollecito, Che per nov'orme il tralcio Saprai guidar frenandolo Col pieghevole salcio:

E te, che steril parte Del tuo terren, di più Render farai, con arte Che ignota al padre fu:

Te co' miei carmi a i posteri Farò passar felice: Di te parlar più secoli S'udirà la pendice.

E sotto l'alte piante Vedransi a riverir Le quete ossa compiante I posteri venir.

Tale a me pur concedasi Chiuder campi beati Nel vostro almo ricovero I giorni fortunati.

Ah quella è vera fama D'uom che lasciar può quì Lunga ancor di sè brama Dopo l'ultimo dì!

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