Odi Alcone il muggito Nell'alto mar de la crudel tempesta E la folgor funesta, Che con tuono infinito
Scoppia da lungi, e rimbombar fa il lito. Ahimè miseri legni, Che cupidigia e ambizion sospinse; E facil'aura vinse
Per li mobili regni Lor speme a sciorre oltre gli Erculei segni! Altro sperò giocondo Tornar da ignote preziose cave;
E d'oro e gemme grave Opprimer col suo pondo De la spiaggia nativa il basso fondo. Credeva altro d'immani
Mostri oleosi preda far nell'alto; Altro feroce assalto Dare a gli abeti estrani, E dell'altrui tesoro empier suoi vani.
Ma il tuono e il vento e l'onda Terribilmente agita tutti e batte; Nè le vele contratte Nè da la doppia sponda
Il forte remigar, l'urto che abbonda Vince nè frena. E in tanto Serpendo incendioso il fulmin fischia: E fra l'orribil mischia
De' venti e il buio manto Del cielo, ognun paventa essere infranto. E già più l'un non puote L'alto durar tormento: uno al destino
Fa contrario cammino; Un contro all'aspra cote Di cieco scoglio il fianco urta e percote: E quale il flutto avverso
Beve già rotto: e qual del multiforme Monte dell'acque enorme Sopra di lui riverso Cede al gran peso; e alfin piomba sommerso.
Alcon, non ti rammenti Quel che superbo per ornata prora Veleggiava finora, Di purpurei lucenti
Segni ingombrando gli alberi potenti? A quello d'ambo i lati Ignivome s'aprìan di bronzo bocche; Onde pari a le rocche
Forza sprezzava e agguati D'abete o pin contro al suo corso armati. E l'onde allettatrici Stendeansi piane a lui davanti: e ai grembi
Fregiati d'aurei lembi De' canapi felici Spiravan ostinati i venti amici: Mentre Glauco e i Tritoni
Pur con le braccia lo spingean più forte; E da le conche torte Lusingavano i buoni Augurj intorno a lui con alti suoni.
E lungo i pinti banchi Le Dee del mar sparse le chiome bionde Carolavan per l'onde, Che lucide su i bianchi
Dorsi fuggian strisciando e sopra i fianchi. Fra tanto, senza alcuno Il beato nocchier timor che il roda, Dall'alto de la proda
Al mattin primo e al bruno Vespro così cantava inni a Nettuno: A te sia lode o nume, Di cui son l'opre ognor potenti e grandi,
O se nel suol ti spandi Con le fuggenti spume O di Cinzia t'innalzi al chiaro lume. Tu col tridente altero
Al tuo piacer la terra ampia dividi; Tu fra gli opposti lidi Del duplice emispero Scorrevole a i mortali apri sentiero.
Rota per te le nuove Con subitaneo piè veci Fortuna: E quello, che con una Occhiata il tutto move,
Non è di te maggior superno Giove. Tale adulava. Or mira Or mira, Alcon, come del porto in faccia, Lungi dal porto il caccia
Nettuno stesso; e a dira Sorte con gli altri lo trasporta e aggira! E la ricchezza imposta Indi con la tornante onda ritoglie;
E le lacere spoglie Ne gitta, e la scomposta Mole a traverso dell'arida costa. Ahi qual furore il mena
Pur contra noi d'ogni avarizia schivi, Che sotto a i sacri ulivi Radendo quest'arena Peschiam canuti con duo remi a pena!
Alcon, che più s'aspetta? Ecco il turbine rio, che omai n'è sopra. Lascia che il flutto copra La sdrucita barchetta;
E noi nudi salvianci al sasso in vetta. O giovanetti, piante Ponete in terra; quì pomi inserite; Quì gli armenti nodrite
Sotto a le leggi sante De la natura in suo voler costante. Qui semplici a regnare; Quì gli utili prendete a ordir consigli;
Nè fidate de' figli La sorte, o de le care Spose a l'arbitrio del volubil mare.
Cookies on Poetry Cove