Nè tu contenderai benigna Notte, Che il mio Giovane illustre io cerchi e guidi Con gli estremi precetti entro al tuo regno. Già di tenebre involta e di perigli,
Sola squallida mesta alto sedevi Su la timida terra. Il debil raggio De le stelle remote e de' pianeti, Che nel silenzio camminando vanno,
Rompea gli orrori tuoi sol quanto è duopo A sentirli assai più. Terribil ombra Giganteggiando si vedea salire Su per le case e su per l'alte torri
Di teschi antiqui seminate al piede. E upupe e gufi e mostri avversi al sole Svolazzavan per essa; e con ferali Stridi portavan miserandi augurj.
E lievi dal terreno e smorte fiamme Sorgeano in tanto; e quelle smorte fiamme Di su di giù vagavano per l'aere Orribilmente tacito ed opaco;
E al sospettoso adultero, che lento Col cappel su le ciglia e tutto avvolto Entro al manto sen gìa con l'armi ascose, Colpìeno il core, e lo strignean d'affanno.
E fama è ancor che pallide fantasime Lungo le mura de i deserti tetti Spargean lungo acutissimo lamento, Cui di lontano per lo vasto buio
I cani rispondevano ululando. Tal fusti o Notte allor che gl'inclit'avi, Onde pur sempre il mio garzon si vanta, Eran duri ed alpestri; e con l'occaso
Cadean dopo lor cene al sonno in preda; Fin che l'aurora sbadigliante ancora Li richiamasse a vigilar su l'opre De i per novo cammin guidati rivi
E su i campi nascenti; onde poi grandi Furo i nipoti e le cittadi e i regni. Ma ecco Amore, ecco la madre Venere, Ecco del gioco, ecco del fasto i Genj,
Che trionfanti per la notte scorrono, Per la notte, che sacra è al mio signore. Tutto davanti a lor tutto s'irradia Di nova luce. Le inimiche tenebre
Fuggono riversate; e l'ali spandono Sopra i covili, ove le fere e gli uomini Da la fatica condannati dormono. Stupefatta la Notte intorno vedesi
Riverberar più che dinanzi al sole Auree cornici, e di cristalli e spegli Pareti adorne, e vesti varie, e bianchi Omeri e braccia, e pupillette mobili,
E tabacchiere preziose, e fulgide Fibbie ed anella e mille cose e mille. Così l'eterno caos, allor che Amore Sopra posovvi e il fomentò con l'ale,
Sentì il generator moto crearsi, Sentì schiuder la luce; e sè medesmo Vide meravigliando e i tanti aprirsi Tesori di natura entro al suo grembo.
O de' miei studj glorioso alunno, Tu seconda me dunque, or ch'io t'invito Glorie novelle ad acquistar là dove O la veglia frequente o l'ampia scena
I grandi eguali tuoi, degna de gli avi E de i titoli loro e di lor sorte E de i pubblici voti, ultima cura Dopo le tavolette e dopo i prandj
E dopo i corsi clamorosi occùpa. Or dove ahi dove senza me t'aggiri Lasso! da poi che in compagnia del sole T'involasti pur dianzi a gli occhi miei?
Qual palagio ti accoglie; o qual ti copre Da i nocenti vapor ch'Espero mena Tetto arcano e solingo; o di qual via L'ombre ignoto trascorri, ove la plebe
Affrettando tenton s'urta e confonde? Ahimè, tolgalo il ciel, forse il tuo cocchio, Ove il varco è più angusto, il cocchio altrui Incontrò violento: e qual de i duo
Retroceder convegna; e qual star forte, Dispùtano gli aurighi alto gridando. Sdegna invitto garzon sdegna d'alzare Fra il rauco suon di Stentori plebei
Tu' amabil voce; e taciturno aspetta, Sia che a l'un piaccia rovesciar dal carro Lo suo rivale; o rovesciato anch'esso Perigliar tra le rote; e te per l'alto
De lo infranto cristal mandar carpone. Ma l'avverso cocchier d'un picciol urto Pago sen fugge o d'un resister breve: Al fin libero andrai. Tu non pertanto
Doman chiedi vendetta; alto sonare Fa il sacrilego fatto; osa pretendi, E i tribunali minimi e i supremi Sconvolgi agita assorda: il mondo s'empia
Del grave caso; e per un anno almeno Parli di te, de' tuoi corsier, del cocchio E del cocchiere. Di sì fatte cose Voi progenie d'eroi famosi andate
Ne le bocche de gli uomini gran tempo. Forse ciarlier fastidioso indugia Te con la dama tua nel vuoto corso. Forse a nova con lei gara d'ingegno
Tu mal cauto venisti: e già la bella Teco del lungo repugnar s'adira; Già la man, che tu baci arretra, e tenta Liberar da la tua; e già minaccia
Ricovrarsi al suo tetto, e quivi sola Involarse ad ognuno in fin che il sonno Venga pietoso a tranquillar suoi sdegni. Tu in van chiedi mercè; di mente in vano
Tu a lei te stesso sconsigliata incolpi: Ella niega placarse. Il cocchio freme Dell'alterno clamore; e il cocchio in tanto Giace immobil fra l'ombra: e voi sue care
Gemme il bel mondo impaziente aspetta. Ode il cocchiere al fin d'ambe le voci Un comando indistinto; e bestemmiando Sferza i corsieri; e via precipitando
Ambo vi porta: e mal sa dove ancora. Folle! Di che temei? Sperdano i venti Ogni augurio infelice. Ora il mio eroe Fra l'amico tacer del vuoto corso
Lieto si sta la fresca ora godendo Che dal monte lontan spira e consola. Siede al fianco di lui lieta non meno L'altrui cara consorte. Amor nasconde
La incauta face; e il fiero dardo alzando Allontana i maligni. O nume invitto, Non sospettar di me; ch'io già non vegno Invido esplorator, ma fido amico
De la coppia beata, a cui tu vegli. E tu signor tronca gl'indugi. Assai Fur gioconde quest'ombre, allor che prima Nacque il vago desio, che te congiunse
All'altrui cara sposa or son due lune. Ecco il tedio a la fin serpe tra i vostri Così lunghi ritiri: e tempo è ormai Che in più degno di te pubblico agone
Splendano i genj tuoi. Mira la Notte, Che col carro stellato alta sen vola Per l'eterea campagna; e a te col dito Mostra Tèseo nel ciel, mostra Polluce,
Mostra Bacco ed Alcide e gli altri egregi, Che per mille d'onore ardenti prove Colà fra gli astri a sfolgorar salìro. Svegliati a i grandi esempi; e meco affretta.
Loco è, ben sai, ne la città famoso, Che splendida matrona apre al notturno Concilio de' tuoi pari, a cui la vita Fora senza di ciò mal grata e vile.
Ivi le belle, e di feconda prole Inclite madri ad obliar sen vanno Fra la sorte del gioco i tristi eventi De la sorte d'amore, onde fu il giorno
Agitato e sconvolto. Ivi le grandi Avole auguste e i genitor leggiadri De' già celebri eroi il senso e l'onta Volgon de gli anni a rintuzzar fra l'ire
Magnanime del gioco. Ivi la turba De la feroce gioventù divina Scende a pugnar con le mutabil'arme Di vaghi giubboncei, d'atti vezzosi,
Di bei modi del dir stamane appresi; Mentre la vanità fra il dubbio marte Nobil furor ne' forti petti inspira; E con vario destin dando e togliendo
La combattuta palma alto abbandona I leggeri vessilli all'aure in preda. Ecco che già di cento faci e cento Gran palazzo rifulge. Multiforme
Popol di servi baldanzosamente Sale scende s'aggira. Urto e fragore Di rote di flagelli e di cavalli Che vengono che vanno, e stridi e fischi
Di gente, che domandan che rispondono, Assordan l'aria all'alte mura intorno. Tutto è strepito e luce. O tu, che porti La dama e il cavalier dolci mie cure,
Primo di carri guidator, qua volgi; E fra il denso di rote arduo cammino Con Olimpica man splendi; e d'un corso Subentrando i grand'atrj, a dietro lascia
Qual pria le porte ad occupar tendea. Quasi a propria virtù plauda al gran fatto Il generoso eroe: plauda la bella, Che con l'agil pensier scorre gli aurighi
De le dive rivali; e novi al petto Sente nascer per te teneri orgogli. Ma il bel carro s'arresta: e a te signore, A te prima di lei sceso d'un salto,
Affidata la dea, lieve balzando, Col sonante calcagno il suol percote. Largo dinanzi a voi fiammeggi e grondi, Sopra l'ara de' numi ad arder nato,
Il tesoro dell'api: e a lei da tergo Pronta di servi mano a terra proni Lo smisurato lembo alto sospenda: Somma felicità, che lei sepàra
Da le ricche viventi, a cui per anco, Misere! sopra il suol l'estrema veste Sibila per la polvere strisciando. Ahi, se fresco sdegnuzzo i vostri petti
Dianzi forse agitò, tu chino e grave A lei porgi la destra; e seco innoltra, Quale Ibèro amador quando, raccolta Dall'un lato la cappa, contegnoso
Guida l'amanza a diportarsi al vallo, Dove il tauro, abbassando i corni irati, Spinge gli uomini in alto; o gemer s'ode Crepitante Giudeo per entro al foco.
Ma no; chè l'amorosa onda pacata Oggi siede per voi: e quanto è duopo A vagarvi il piacer solo la increspa Una lieve aleggiando aura soave.
Snello adunque e vivace offri a la bella Mollemente piegato il destro braccio. Ella la manca v'inserisca. Premi Tu col gomito un poco. Anch'ella un poco
Ti risponda premendo; e a la tua lena Dolce peso a portar tutta si doni, Mentre a piccioli salti ambo affrettate Per le sonanti scale alto celiando.
Oh come al tuo venir gli archi e le volte De' gran titoli tuoi forte rimbombano! Come a quel suon volubili le porte Cedono spalancate; ed a quel suono
Degna superbia in cor ti bolle; e face L'anima eccelsa rigonfiar più vasta! Entra in tal forma; e del tuo grande ingombra Gli spazj fortunati. Ecco di stanze
Ordin lungo a voi s'apre. Altra di servi Infimo gregge alberga, ove tra lampi Di molteplice lume acceso e spento, E fra sempre incostanti ombre schiamazza
Il sermon patrio e la facezia e il riso Dell'energica plebe. Altra di vaghi Zazzerati donzelli è certa sede, Ove accento stranier misto al natio
Molle susurra: e s'apparecchia in tanto Copia di carte e multiforme avorio, Arme l'uno a la pugna, indice l'altro D'alti cimenti e di vittorie illustri.
Al fin più interna, e di gran luce e d'oro E di ricchi tapeti aula superba Sta servata per voi prole de' numi. Io, di razza mortale ignoto vate,
Come ardirò di penetrar fra i cori De' semidei, ne lo cui sangue in vano Gocciola impura cercheria con vetro Indagator colui che vide a nuoto
Per l'onda genitale il picciol uomo? Qui tra i servi m'arresto; e qui da loro Nuove del mio signor virtudi ascose Tacito apprenderò. Ma tu sorridi
Invisibil Camena; e me rapisci Invisibil con te fra li negati Ad ognaltro profano aditi sacri. Già il mobile de' seggi ordine augusto
Sovra i tiepidi strati in cerchio volge: E fra quelli eminente i fianchi estende Il grave Canapè. Sola da un lato La matrona del loco ivi si posa;
E con la man, che lungo il grembo cade Lentamente il ventaglio apre e socchiude. Or di giugner è tempo. Ecco le snelle E le gravi per molto adipe dame,
Che a passi velocissimi s'affrettano Nel gran consesso. I cavalieri egregi Lor camminano a lato: ed elle, intorno A la sede maggior vortice fatto
Di sè medesme, con sommessa voce Brevi note bisbigliano; e dileguansi Dissimulando fra le sedie umìli. Un tempo il Canapè nido giocondo
Fu di risi e di scherzi, allor che l'ombre Abitar gli fu grato ed i tranquilli Del palagio recessi. Amor primiero Trovò l'opra ingegnosa. Io voglio, ei disse,
Dono a le amiche mie far d'un bel seggio, Che tre ad un tempo nel suo grembo accoglia. Così, qualor de gl'importuni altronde Volga la turba, sederan gli amanti
L'uno a lato dell'altro, ed io con loro. Disse, percosse ambe le palme; e l'ali Aprì volando impaziente all'opra. Ecco il bel fabbro lungo pian dispone
Di tavole contesto, e molli cigne, A reggerlo vi dà vaghe colonne, Che del silvestre Pane i piè leggieri Imitano scendendo; al dorso poi
V'alza patulo appoggio; e il volge a i lati, Come far soglion flessuosi acanti, O ricche corna d'Arcade montone. Indi, predando a le vaganti aurette
L'ali e le piume, le condensa e chiude In tumido cuscin, che tutta ingombri La macchina elegante: e al fin l'adorna Di molli sete e di vernici e d'oro.
Quanto il dono d'Amor piacque a le belle! Quanti pensier lor balenàro in mente! Tutte il chiesero a gara: ognuna il volle Ne le stanze più interne: applause ognuna
A la innata energia del vago arnese, Mal repugnante e mal cedente insieme Sotto a i mobili fianchi. Ivi sedendo Si ritrasser le amiche; e da lo sguardo
De' maligni lontane, a i fidi orecchi Si mormoràro i delicati arcani. Ivi la coppia de gli amanti a lato Dell'arbitra sagace o i nodi strinse;
O calmò l'ira, e nuove leggi apprese. Ivi sovente l'amador faceto Raro volume all'altrui cara sposa Lesse spiegando; e con sorrisi arguti
Fe' tra i fogli notar lepida imago. Il fortunato seggio invidia mosse De le sedie minori al popol vario: E fama è che talora invidia mosse
Anco a i talami stessi. Ah perchè mai Vinto da insana ambizione uscìo Fra lo immenso tumulto e fra il clamore De le veglie solenni! Avvi due Genj
Fastidiosi e tristi, a cui dier vita L'Ozio e la Vanità, che noti al nome Di Puntiglio e di Noia, erran cercando Gli alti palagi e le vigilie illustri
De la prole de' numi. Un ne le mani Porta verga fatale, onde sospende Ne' miseri percossi ogni lor voglia; E di macchine al par, che l'arte inventi
Modera l'alme a suo talento e guida: L'altro piove da gli occhi atro vapore; E da la bocca sbadigliante esala Alito lungo, che sembiante a i pigri
Soffi dell'austro, si dilata e volve, E d'inane torpor le menti occùpa. Questa del Canapè coppia infelice Allor prese l'imperio; e i risi e i giochi
Ed Amor ne sospinse. Il trono è questo Ove le madri de le madri eccelse De' primi eroi esercitan lor tosse; Ove l'inclite mogli, a cui beata
Rendon la vita titoli distinti Sbadigliano distinte. Ah, se tu sai, Fuggi ratto o signor, fuggi da tanto Pernicioso influsso: e là fra i seggi
De le più miti dèe, quindi remoto Con l'alma gioventù scherza e t'allegra. Quanta folla d'eroi! Tu, che modello D'ogni nobil virtù, d'ogn'atto eccelso,
Esser dei fra' tuoi pari, i pari tuoi A conoscere apprendi; e in te raccogli Quanto di bello e glorioso e grande Sparse in cento di loro arte o natura.
Altri di lor ne la carriera illustre Stampa i primi vestigi; altri gran parte Di via già corse; altri a la meta è giunto. In vano il vulgo temerario a gli uni
Di fanciulli dà nome; e quelli adulti, Questi già vegli di chiamare ardisce: Tutti son pari. Ognun folleggia e scherza; Ognun giudica e libra; ognun del pari
L'altro abbraccia e vezzeggia: in ciò sol tanto Non simili tra lor, che ognun sua cura Ha diletta fra l'altre onde più brilli. Questi è l'almo garzon, che con maestri
Da la scutica sua moti di braccio Desta sibili egregi; e l'ore illustra L'aere agitando de le sale immense, Onde i prischi trofei pendono e gli avi.
L'altro è l'eroe, che da la guancia enfiata E dal torto oricalco a i trivj annuncia Suo talento immortal, qualor dall'alto De' famosi palagi emula il suono
Di messagger, che frettoloso arrive. Quanto è vago a mirarlo allor che in veste Cinto spedita, e con le gambe assorte In amplo cuoio, cavalcando a i campi
Rapisce il cocchio, ove la dama è assisa E il marito e l'ancella e il figlio e il cane! Quegli or esce di là dove ne' fori Si ministran bevande ozio e novelle.
Ei v'andò mattutin, partinne al pranzo, Vi tornò fino a notte: e già sei lustri Volgon da poi che il bel tenor di vita Giovinetto intraprese. Ah chi di lui
Può sedendo trovar più grati sonni O più lunghi sbadigli; o più fiate D'atro rapè solleticar le nari; O a voce popolare orecchi e fede
Prestar più ingordo e declamar più forte? Ecco che il segue del figliuol di Maia Il più celebre alunno, al cui consiglio Nel gran dubbio de' casi ognaltro cede;
Sia che dadi versati, o pezzi eretti, O giacenti pedine, o brevi o grandi Carte mescan la pugna. Ei sul mattino Le stupide micranie o l'aspre tossi
Molce giocando a le canute dame. Ei, già tolte le mense, i nati or ora Giochi a le belle declinanti insegna. Ei la notte raccoglie a sè dintorno
Schiera d'eroi, che nobil estro infiamma D'apprender l'arte, onde l'altrui fortuna Vincasi e domi; e del soave amico Nobil parte de' campi all'altro ceda.
Vuoi su lucido carro in dì solenne Gir trionfando al corso? Ecco quell'uno, Che al lavor ne presieda. E legni e pelli E ferri e sete e carpentieri e fabbri
A lui son noti: e per l'Ausonia tutta È noto ei pure. Il Càlabro di feudi E d'ordini superbo; i duchi e i prenci, Che pascon Mongibello; e fin gli stessi
Gran nipoti Romani a lui sovente Ne commetton la cura: ed ei sen vola D'una in altra officina in fin che sorga, Auspice lui, la fortunata mole.
Poi di tele ricinta, e contro all'onte De la pioggia e del sol ben forte armata, Mille e più passi l'accompagna ei stesso Fuor de le mura; e con soave sguardo
La segue ancor sin che la via declini. Vedi giugner colui, che di cavalli Invitto domator divide il giorno Fra i cavalli e la dama. Or de la dama
La man tiepida preme; or de' cavalli Liscia i dorsi pilosi, ovver col dito Tenta a terra prostrato i ferri e l'ugna. Aimè misera lei quando s'indìce
Fiera altrove frequente! Ei l'abbandona; E per monti inaccessi e valli orrende Trova i lochi remoti, e cambia o merca. Ma lei beata poi quand'ei sen torna
Sparso di limo; e novo fasto adduce Di frementi corsieri; e gli avi loro E i costumi e le patrie a lei soletta Molte lune ripete! Or vedi l'altro,
Di cui più diligente o più costante Non fu mai damigella o a tesser nodi O d'aurei drappi a separar lo stame. A lui turgide ancora ambe le tasche
Son d'ascose materie. Eran già queste Prezioso tapeto, in cui distinti D'oro e lucide lane i casi apparvero D'Ilio infelice: e il cavalier, sedendo
Nel gabinetto de la dama, ormai Con ostinata man tutte divise In fili minutissimi le genti D'Argo e di Frigia. Un fianco solo avanza
De la bella rapita; e poi l'eroe, Pur giunto al fin di sua decenne impresa, Andrà superbo al par d'ambo gli Atridi. Ma chi l'opre diverse o i varj ingegni
Tutti esprimer poria, poi che le stanze Folte già son di cavalieri e dame? Tu per quelle t'avvolgi. Ardito e baldo Vanne, torna, ti assidi, ergiti, cedi,
Premi, chiedi perdono, odi, domanda, Sfuggi, accenna, schiamazza, entra e ti mesci A i divini drappelli; e a un punto empiendo Ogni cosa di te, mira e conosci.
Là i vezzosi d'amor novi seguaci Lor nascenti fortune ad alta voce Confidansi all'orecchio; e ridon forte; E saltellando batton palme a palme:
Sia che a leggiadre imprese Amor li guidi Fra le oscure mortali: o che gli assorba De le dive lor pari entro alla luce. Qui gli antiqui d'Amor noti campioni
Con voci esìli e dall'ansante petto Fuor tratte a stento rammentando vanno Le superate al fin tristi vicende. Indi gl'imberbi eroi, cui diede il padre
La prima coppia di destrier pur ieri, Con animo viril celiano al fianco Di provetta beltà, che a i risi loro Alza scoppi di risa; e il nudo spande,
Che di veli mal chiuso i guardi cerca, Che il cercarono un tempo. Indi gli adulti, A la cui fronte il primo ciuffo appose Fallace parrucchier, scherzan vicini
A la sposa novella; e di bei motti Tendonle insidia, ove di lei s'intrichi L'alma inesperta e il timido pudore. Folli! Chè a i detti loro ella va incontro
Valorosa così come una madre Di dieci eroi. V'ha in altra parte assiso Chi di lieti racconti ovver di fole Non ascoltate mai raro promette
A le dame trastullo; e ride e narra E ride ancor, benchè a le dame in tanto Sovra l'arco de' labbri aleggi e penda Insolente sbadiglio. Avvi chi altronde
Con fortunato studio in novi sensi Le parole converte; o i simil suoni Pronto a colpir divinamente scherza. Alto al genio di lui plaude il ventaglio
De le pingui matrone, a cui la voce Di vernacolo accento anco risponde. Ma le giovani madri, al latte avvezze Di più nuove dottrine, il sottil naso
Aggrinzan fastidite; e pur col guardo Chieder sembran pietade a i belli spirti, Che lor siedono a lato; e a cui gran copia D'erudita efemeride distilla
Volatile scienza entro a la mente. Altri altrove pugnando audace innalza Sovra d'ognaltro il palafren, ch'ei sale, O il poeta o il cantor, che lieti ei rende
De le sue mense. Altri dà vanto all'else Lucido e bello de la spada, ond'egli Solo, e per casi non più visti, al fine Fu dal più dotto Anglico artier fornito.
Altri grave nel volto ad altri espone Qual per l'appunto a gran convito apparve Ordin di cibi: ed altri stupefatto, Con profondo pensier con alte dita
Conta di quanti tavolieri a punto Grande insolita veglia andò superba. Un fra l'indice e il medio inflessi alquanto, Molle ridendo, al suo vicin la gota
Preme furtivo: e l'un da tergo all'altro Il pendente cappel sotto all'ascella Ratto invola; e del colpo a sè dà plauso. Qual d'ogni lato i molti servi in tanto
E seggi e tavolieri e luci e carte Supellettile augusta entran portando? E sordo stropicciar di mossi scanni, E cigolio di tavole spiegate
Odo vagar fra le sonanti risa Di giovani festivi e fra le acute Voci di dame cicalanti a un tempo, Come intorno a selvaggio antico moro
Sull'imbrunir del dì garrulo stormo Di frascheggianti passere novelle? Sola in tanto rumor tacita siede La matrona del loco: e chino il fronte
E increspate le ciglia, i sommi labbri Appoggia in sul ventaglio, arduo pensiere Macchinando tra sè. Medita certo Come al candor come al pudor si deggia
La cara figlia preservar, che torna Doman da i chiostri, ove il sermon d'Italia Pur giunse ad obliar, meglio erudita De le Galliche grazie. Oh qual dimane
Ne i genitor, ne' convitati, a mensa Ben cicalando ecciterai stupore Bella fra i lari tuoi vergin straniera! Errai. Nel suo pensier volge di cose
L'alta madre d'eroi mole più grande: E nel dubbio crudel col guardo invoca De le amiche l'aita; e a sè con mano Il fido cavalier chiede a consiglio.
Qual mai del gioco a i tavolier diversi Ordin porrà, che de le dive accolte Nulla obliata si dispetti; e nieghi Più qui tornare ad aver scorno ed onte?
Come, con pronto antiveder, del gioco Il dissimil tenore a i genj eccelsi Assegnerà conforme; ond'altri poi Non isbadigli lungamente, e pianga
Le mal gittate ore notturne, e lei De lo infelice oro perduto incolpi? Qual paro e quale al tavolier medesmo E di campioni e di guerriere audaci
Fia che tra loro a tenzonar congiunga; Sì che giammai, per miserabil caso, La vetusta patrizia, ella e lo sposo Ambo di regi favolosa stirpe,
Con lei non scenda al paragon, che al grado Per breve serie di scrivani or ora Fu de' nobili assunta: e il cui marito Gli atti e gli accenti ancor serba del monte?
Ma che non può sagace ingegno e molta D'anni e di casi esperienza? Or ecco Ella compose i fidi amanti; e lungi De la stanza nell'angol più remoto
Il marito costrinse, a dì sì lieti Sognante ancor d'esser geloso. Altrove Le occulte altrui, ma non fuggite all'occhio Dotto di lei benchè nascenti a pena
Dolci cure d'amor, fra i meno intenti O i meno acuti a penetrar nell'alte Dell'animo latèbre, in grembo al gioco Pose a crescer felici: e già in duo cori
Grazia e mercè de la bell'opra ottiene. Qua gl'illustri e le illustri; e là gli estremi Ben seppe unir de' novamente compri Feudi, e de' prischi gloriosi nomi
Cui mancò la fortuna. Anco le piacque Accozzar le rivali, onde spiarne I mal chiusi dispetti. Anco per celia Più secoli adunò, grato aspettando
E per gli altri e per sè riso dall'ire Settagenarie, che nel gioco accense Fien, con molta raucedine e con molto Tentennar di parrucche e cuffie alate.
Già per l'aula beata a cento intorno Dispersi tavolier seggon le dive Seggon gli eroi, che dell'Esperia sono Gloria somma o speranza. Ove di quattro
Un drappel si raccoglie: e dove un altro Di tre soltanto. Ivi di molti e grandi Fogli dipinti il tavolier si sparge: Qui di pochi e di brevi. Altri combatte;
Altri sta sopra a contemplar gli eventi De la instabil fortuna e i tratti egregi Del sapere o dell'arte. In fronte a tutti Grave regna il consiglio: e li circonda
Maestoso silenzio. Erran sul campo Agevoli ventagli, onde le dame Cercan ristoro all'agitato spirto Dopo i miseri casi. Erran sul campo
Lucide tabacchiere. Indi sovente Un'util rimembranza un pronto avviso Con le dita si attigne: e spesso volge I destini del gioco e de la veglia
Un atomo di polve. Ecco sen ugne La panciuta matrona intorno al labbro Le calugini adulte: ecco sen ugne Le nari delicate e un po' di guancia
La sposa giovinetta. In vano il guardo D'esperto cavalier, che già su lei Medita nel suo cor future imprese, Le domina dall'alto i pregi ascosi:
E in van d'un altro timidetto ancora Il pertinace piè l'estrema punta Del bel piè le sospigne. Ella non sente O non vede o non cura. Entro a que' fogli,
Ch'ella con man sì lieve ordina o turba, De le pompe muliebri a lei concesse Or s'agita la sorte. Ivi è raccolto Il suo cor la sua mente. Amor sorride;
E luogo e tempo a vendicarsi aspetta. Chi la vasta quiete osa da un lato Romper con voci successive or aspre Or molli or alte ora profonde, sempre
Con tenore ostinato al par di secchi, Che scendano e ritornino piagnenti Dal cupo alveo dell'onda; o al par di rote, Che sotto al carro pesante, per lunga
Odansi strada scricchiolar lontano? L'ampia tavola è questa, a cui s'aduna Quanto mai per aspetto e per maturo Senno il nobil concilio ha di più grave
O fra le dive socere o fra i nonni O fra i celibi già da molti lustri Memorati nel mondo. In sul tapeto Sorge grand'urna, che poi scossa in volta
La dovizia de' numeri comparte Fra i giocator, cui numerata è innanzi D'immagini diverse alma vaghezza. Qual finge il vecchio, che con man la negra
Sopra le grandi porporine brache Veste raccoglie; e rubicondo il naso Di grave stizza alto minaccia e grida L'aguzza barba dimenando. Quale
Finge colui, che con la gobba enorme E il naso enorme e la forchetta enorme Le cadenti lasagne avido ingoia. Quale il multicolor zanni leggiadro,
Che, col pugno posato al fesso legno, Sovra la punta dell'un piè s'innoltra; E la succinta natica rotando, Altrui volge faceto il nero ceffo.
Nè d'animali ancor copia vi manca, O al par d'umana creatura l'orso Ritto in due piedi, o il miccio, o la ridente Simmia, o il caro asinello, onde a sè grato
E giocatrici e giocator fan speglio.
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