Quell'ospite è gentil, che tiene ascoso Ai molti bevitori Entro ai dogli paterni il vino annoso Frutto de' suoi sudori;
E liberale allora Sul desco il reca di bei fiori adorno, Quando i Lari di lui ridenti intorno Degno straniere onora:
E versata in cristalli empie la stanza Insolita di Bacco alma fragranza. Tal io la copia che de i versi accolgo Entro a la mente, sordo
Niego a le brame dispensar del volgo, Che vien di fama ingordo. In van l'uomo, che splende Di beata ricchezza, in van mi tenta
Sì che il bel suono de le lodi ei senta, Che dolce al cor discende: E in van de' grandi la potenza e l'ombra Di facili speranze il sen m'ingombra.
Ma quando poi sopra il cammin dei buoni Mi comparisce innanti Alma, che ornata di suoi propri doni Merta l'onor dei canti,
Allor da le segrete Sedi del mio pensiero escono i versi, Atti a volar di viva gloria aspersi Del tempo oltra le mete:
E donator di lode accorto e saggio Io ne rendo al valor debito omaggio. Ed or che la risorta insubre Atene, Con strana meraviglia,
Le lunghe trecce a coronar ti viene O di Pallade figlia, Io rapito al tuo merto Fra i portici solenni e l'alte menti
M'innoltro, e spargo di perenni unguenti Il nobile tuo serto: Nè mi curo se ai plausi, onde vai nota, Pinge ingenuo rossor tua casta gota.
Ben so, che donne valorose e belle A tutte l'altre esempio Veggon splender lor nomi a par di stelle D'eternità nel tempio:
E so ben che il tuo sesso Tra gli ufizi a noi cari e l'umil'arte Puote innalzarsi; e ne le dotte carte Immortalar sè stesso.
Ma tu gisti colà, Vergin preclara, Ove di molle piè l'orma è più rara. Sovra salde colonne antica mole Sorge augusta e superba,
Sacra a colei, che dell'umana prole, Frenando, i dritti serba. Ivi la Dea si asside Custodendo del vero il puro foco;
Ivi breve sul marmo in alto loco Il suo volere incide: E già da quello stile aureo, sincero Apprendea la giustizia il mondo intero.
Ma d'ignari cultor turbe nemiche Con temerario piede Osàro entrar ne le campagne apriche, Ove il gran tempio siede:
E la serena piaggia Occuparon così di spini e bronchi, Che fra i rami intricati e i folti tronchi A pena il sol vi raggia;
E l'aere inerte per le fronde crebre V'alza dense all'intorno atre tenèbre. Ben tu di Saffo e di Corinna al pari, O donne altre famose,
Per li colli di Pindo ameni e vari Potevi coglier rose: Ma tua virtù s'irrìta Ove sforzo virile a pena basta;
E nell'aspro sentier, che al piè contrasta, Ti cimentasti ardita Qual già vide ai perigli espor la fronte Fiere vergini armate il Termodonte.
Or poi, tornando dall'eccelsa impresa, Quì sul dotto Tesino Scoti la face al sacro foco accesa Del bel tempio divino:
E dall'arguta voce Tal di raro saper versi torrente, Che il corso a seguitar de la tua mente Vien l'applauso veloce,
Abbagliando al fulgor de' raggi tui La invidia, che suol sempre andar con lui. Chi può narrar qual dal soave aspetto E da' verginei labri
Piove ignoto finora almo diletto Su i temi ingrati e scabri? Ecco la folta schiera De' giovani vivaci a te rivolta
Vede sparger di fior, mentre t'ascolta, Sua nobile carriera: E al novo esempio de la tua tenzone Sente aggiugnersi al fianco acuto sprone.
Ai detti al volto a la grand'alma espressa Ne' fulgid'occhi tuoi Ognun ti crederìa Temide stessa, Che rieda oggi fra noi:
Se non che Oneglia, altrice Nel fertil suolo di palladj ulivi, Alza ai trionfi tuoi gridi giulivi; E fortunata dice:
Dopo il gran Doria, a cui died'io la culla, È il mio secondo sol questa fanciulla. E il buon parente, che su l'alte cime Di gloria oggi ti mira,
A forza i moti del suo cor comprime, E pur con sè s'adira, Ma poi cotanto è grande La piena del piacer, che in sen gli abbonda,
Che l'argin di modestia alfine innonda, E fuor trabocca e spande: E anch'ei col pianto, che celar desìa, Grida tacendo: questa figlia è mia.
Ma dal cimento glorioso e bello Tanto stupore è nato, Che già reca per te premio novello L'erudito Senato.
Già vien su le tue chiome Di lauro a serpeggiar fronda immortale: E fra lieto tumulto in alto sale Strepitoso il tuo nome;
E il tuo sesso leggiadro a te dà lode De' novi onori, onde superbo ei gode. Oh amabil sesso, che su l'alme regni Con sì possente incanto,
Qual'alma generosa è che si sdegni Del novello tuo vanto? La tirannìa virile Frema, e ti miri a gli onorati seggi
Salir togato, e de le sacre leggi Interprete gentile, Or che d'Europa ai popoli soggetti Fin dall'alto dei troni anco le detti.
Tu sei, che di ragione il dolce freno Sul forte Russo estendi; Tu che del chiaro Lusitan nel seno L'antico spirto accendi.
Per te Insubria beata, Per te Germania è gloriosa e forte; Tal che al favor de le tue leggi accorte Spero veder tornata
L'età dell'oro, e il viver suo giocondo, Se tu governi, ed ammaestri il mondo. E l'albero medesmo, onde fu colto Il ramoscel, che ombreggia
A la dotta Donzella il nobil volto, Convien che a te si deggia. In esso alta Regina Tien conversi dal trono i suoi bei rai;
Tal che lieto rinverde, e più che mai Al cielo s'avvicina. Quanto è bello a veder che il grato alloro Doni al sesso di lei pompa, e decoro!
Ma già la Fama all'impaziente Oneglia Le rapid'ali affretta; E gridando le dice: olà, ti sveglia; E la tua luce aspetta.
Insubria, onde romore Va per mense ospitali ed atti amici, Sa gli stranieri ancor render felici Nel calle dell'onore.
Or quai, Vergine illustre, allegri giorni Ti prepara la patria allor che torni? Pari alla gloria tua per certo a pena Fu quella, onde si cinse
Colà d'Olimpia nell'ardente arena, Il lottator che vinse; Quando tra i lieti gridi Il guadagnato serto al crin ponea;
E col premio d'onor, che l'uomo bea, Tornava ai patrj lidi; E scotendo le corde amiche ai vati Pindaro lo seguìa con gl'Inni alati.
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