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1729–1799

LA IMPOSTURA

Giuseppe Parini

Venerabile Impostura Io nel tempio almo a te sacro Vo tenton per l'aria oscura; E al tuo santo simulacro,

Cui gran folla urta di gente, Già mi prostro umilemente. Tu de gli uomini maestra Sola sei. Qualor tu detti

Ne la comoda palestra I dolcissimi precetti, Tu il discorso volgi amico Al monarca ed al mendico.

L'un per via piagato reggi; E fai sì che in gridi strani Sua miseria giganteggi; Onde poi non culti pani

A lui frutti la semenza De la flebile eloquenza. Tu dell'altro a lato al trono Con la Iperbole ti posi:

E fra i turbini e fra il tuono De' gran titoli fastosi Le vergogne a lui celate De la nuda umanitate.

Già con Numa in sul Tarpèo Desti al Tebro i riti santi, Onde l'augure potèo Co' suoi voli e co' suoi canti

Soggiogar le altere menti Domatrici de le genti. Del Macedone a te piacque Fare un dio, dinanzi a cui

Paventando l'orbe tacque: E nell'Asia i doni tui Fur che l'Arabo profeta Sollevàro a sì gran meta.

Ave dea. Tu come il sole Giri e scaldi l'universo. Te suo nume onora e cole Oggi il popolo diverso:

E fortuna a te devota Diede a volger la sua rota. I suoi dritti il merto cede A la tua divinitade,

E virtù la sua mercede. Or, se tanta potestade Hai qua giù, col tuo favore Che non fai pur me impostore?

Mente pronta e ognor ferace D'opportune utili fole Have il tuo degno seguace: Ha pieghevoli parole;

Ma tenace, e quasi monte Incrollabile la fronte. Sopra tutto ei non oblìa Che sì fermo il tuo colosso

Nel gran tempio non starìa, Se qual base ognor col dosso Non reggessegli il costante Verosimile le piante.

Con quest'arte Cluvieno, Che al bel sesso ora è il più caro Fra i seguaci di Galeno, Si fa ricco e si fa chiaro;

Ed amar fa, tanto ei vale, A le belle egre il lor male. Ma Cluvien dal mio destino D'imitar non m'è concesso.

Dell'ipocrita Crispino Vo' seguir l'orme da presso. Tu mi guida o Dea cortese Per lo incognito paese.

Di tua man tu il collo alquanto Sul manc'omero mi premi: Tu una stilla ognor di pianto Da mie luci aride spremi:

E mi faccia casto ombrello Sopra il viso ampio cappello. Qual fia allor sì intatto giglio Ch'io non macchj, e ch'io non sfrondi,

Dalle forche e dall'esiglio Sempre salvo? A me fecondi Di quant'oro fien gli strilli De' clienti e de' pupilli!

Ma qual arde amabil lume? Ah, ti veggio ancor lontano Verità mio solo nume, Che m'accenni con la mano;

E m'inviti al latte schietto, Ch'ognor bevvi al tuo bel petto. Deh perdona. Errai seguendo Troppo il fervido pensiere.

I tuoi rai del mostro orrendo Scopron or le zanne fiere. Tu per sempre a lui mi togli; E me nudo nuda accogli.

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