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1729–1799

L'INNESTO DEL VAIUOLO

Giuseppe Parini

O Genovese ove ne vai? qual raggio Brilla di speme su le audaci antenne? Non temi oimè le penne Non anco esperte degli ignoti venti?

Qual ti affida coraggio All'intentato piano De lo immenso oceano? Senti le beffe dell'Europa, senti

Come deride i tuoi sperati eventi. Ma tu il vulgo dispregia. Erra chi dice, Che natura ponesse all'uom confine Di vaste acque marine,

Se gli diè mente onde lor freno imporre: E dall'alta pendice Insegnolli a guidare I gran tronchi sul mare,

E in poderoso canapè raccorre I venti, onde su l'acque ardito scorre. Così l'eroe nocchier pensa, ed abbatte I paventati d'Ercole pilastri;

Saluta novelli astri; E di nuove tempeste ode il ruggito. Veggon le stupefatte Genti dell'orbe ascoso

Lo stranier portentoso. Ei riede; e mostra i suoi tesori ardito All'Europa, che il beffa ancor sul lito. Più dell'oro, Bicetti, all'Uomo è cara

Questa del viver suo lunga speranza: Più dell'oro possanza Sopra gli animi umani ha la bellezza. E pur la turba ignara

Or condanna il cimento, Or resiste all'evento Di chi 'l doppio tesor le reca; e sprezza I novi mondi al prisco mondo avvezza.

Come biada orgogliosa in campo estivo, Cresce di santi abbracciamenti il frutto. Ringiovanisce tutto Nell'aspetto de' figli il caro padre;

E dentro al cor giulivo Contemplando la speme De le sue ore estreme, Già cultori apparecchia artieri e squadre

A la patria d'eroi famosa madre. Crescete o pargoletti: un dì sarete Tu forte appoggio de le patrie mura, E tu soave cura,

E lusinghevol'esca ai casti cori. Ma, oh dio, qual falce miete De la ridente messe Le sì dolci promesse?

O quai d'atroce grandine furori Ne sfregiano il bel verde e i primi fiori? Fra le tenere membra orribil siede Tacito seme: e d'improvviso il desta

Una furia funesta De la stirpe degli uomini flagello. Urta al di dentro, e fiede Con lièvito mortale;

E la macchina frale O al tutto abbatte, o le rapisce il bello, Quasi a statua d'eroe rival scarpello. Tutti la furia indomita vorace

Tutti una volta assale ai più verd'anni: E le strida e gli affanni Dai tugurj conduce a' regj tetti; E con la man rapace

Ne le tombe condensa Prole d'uomini immensa. Sfugge taluno è vero ai guardi infetti; Ma palpitando peggior fato aspetti.

Oh miseri! che val di medic'arte Nè studj oprar nè farmachi nè mani? Tutti i sudor son vani Quando il morbo nemico è su la porta;

E vigor gli comparte De la sorpresa salma La non perfetta calma. Oh debil'arte, oh mal secura scorta,

Che il male attendi, e no 'l previeni accorta! Già non l'attende in oriente il folto Popol che noi chiamiam barbaro e rude; Ma sagace delude

Il fiero inevitabile demòne. Poichè il buon punto ha colto Onde il mostro conquida, Coraggioso lo sfida;

E lo astrigne ad usar ne la tenzone L'armi, che ottuse tra le man gli pone. Del regnante velen spontaneo elegge Quel ch'è men tristo; e macolar ne suole

La ben amata prole, Che non più recidiva in salvo torna. Però d'umano gregge Va Pechino coperto;

E di femmineo merto Tesoreggia il Circasso, e i chiostri adorna Ove la Dea di Cipri orba soggiorna. O Montegù, qual peregrina nave,

Barbare terre misurando e mari, E di popoli varj Diseppellendo antiqui regni e vasti, E a noi tornando grave

Di strana gemma e d'auro, Portò sì gran tesauro, Che a pareggiare non che a vincer basti Quel, che tu dall'Eussino a noi recasti?

Rise l'Anglia la Francia Italia rise Al rammentar del favoloso Innesto: E il giudizio molesto De la falsa ragione incontro alzosse.

In van l'effetto arrise A le imprese tentate; Chè la falsa pietate Contro al suo bene e contro al ver si mosse,

E di lamento femminile armosse. Ben fur preste a raccor gl'infausti doni Che, attraversando l'oceàno aprico, Lor condusse Americo;

E ad ambe man li trangugiaron pronte. De' lacerati troni Gli avanzi sanguinosi, E i frutti velenosi

Strinser gioiendo; e da lo stesso fonte De la vita succhiar spasimi ed onte. Tal del folle mortal tale è la sorte: Contra ragione or di natura abusa;

Or di ragion mal usa Contra natura che i suoi don gli porge. Questa a schifar la morte Insegnò madre amante

A un popolo ignorante; E il popol colto, che tropp'alto scorge, Contro ai consigli di tal madre insorge. Sempre il novo, ch'è grande, appar menzogna,

Mio Bicetti, al volgar debile ingegno: Ma imperturbato il regno De' saggi dietro all'utile s'ostina. Minaccia nè vergogna

No 'l frena, no 'l rimove; Prove accumula a prove; Del popolare error l'idol rovina, E la salute ai posteri destina.

Così l'Anglia la Francia Italia vide Drappel di saggi contro al vulgo armarse. Lor zelo indomit'arse, E di popolo in popolo s'accese.

Contro all'armi omicide Non più debole e nudo; Ma sotto a certo scudo Il tenero garzon cauto discese,

E il fato inesorabile sorprese. Tu sull'orme di quelli ardito corri Tu pur, Bicetti; e di combatter tenta La pietà violenta

Che a le Insubriche madri il core implica. L'umanità soccorri; Spregia l'ingiusto soglio Ove s'arman d'orgoglio

La superstizion del ver nemica, E l'ostinata folle scola antica. Quanta parte maggior d'almi nipoti Coltiverà nostri felici campi!

E quanta fia che avvampi D'industria in pace o di coraggio in guerra! Quanta i soavi moti Propagherà d'amore,

E desterà il languore Del pigro Imene, che infecondo or erra Contro all'util comun di terra in terra! Le giovinette con le man di rosa

Idalio mirto coglieranno un giorno: All'alta quercia intorno I giovinetti fronde coglieranno; E a la tua chioma annosa,

Cui per doppio decoro Già circonda l'alloro, Intrecceran ghirlande, e canteranno: Questi a morte ne tolse o a lungo danno.

Tale il nobile plettro infra le dita Mi profeteggia armonioso e dolce, Nobil plettro che molce Il duro sasso dell'umana mente;

E da lunge lo invita Con lusinghevol suono Verso il ver, verso il buono; Nè mai con laude bestemmiò nocente

O il falso in trono o la viltà potente.

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