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1729–1799

IV.

Giuseppe Parini

Stava un giorno Citerea Di Vulcano a la fucina: Né difender si sapea Da la fiamma a lei vicina;

Né salavar le fresche rose De le gote sue vezzose. Opponeva or destra or manca Al gran foco ivi raccolto;

Ma la man picciola e bianca Vano scudo era al bel volto: Ché feriva e volto e mano La gran vampa di Vulcano.

De la Dea vide i tormenti; A pietade Amor si mosse; E dell'ali rinascenti Una subito strapposse;

Poi con atto dolce e caro: Ecco, disse, il tuo riparo. Serenò venere il ciglio; E il celeste almo sorriso

Rivolgendo al caro figlio Abbassossi, e il baciò in viso; Poi fe' schermo al gran calore Con quell'ala dell'Amore.

Ma la Dea sagace apprese, Riparando il foco ardente, Di quel vago e novo arnese Ad usar più dolcemente:

Onde rise il Nume armato Che le stava all'altro lato. Ella i guardi a lui volgeva, All'orecchio gli parlava,

E il bel volto nascondeva Dal marito che guardava, E così sfogava il core Sotto all'ala dell'Amore.

Spesso ancor si ricopria La metà de le pupille; E più forte l'assalìa Condensando le faville

Che ferien con più rigore Sotto all'ala dell'Amore. Or dal sommo de' bei labri Accennava i molli baci:

Ora uscìen de' bei cinabri Sospiretti o ghigni auadaci, Or nasceva un bel rossore Sotto all'ala dell'Amore.

Tale in tanto che Vulcano Fabbricava arme a gli Dei Citerea così pian piano Accresceva i suoi trofei

Sopra il Nume vincitore Sotto all'ala dell'Amore. Belle mie, voi m'intendete: Dell'Amor l'ala son io.

Come Venere potete E spiegar più d'un desìo E temprar l'occulto ardore Sotto all'ala dell'Amore.

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