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1729–1799

Il Vespro

Giuseppe Parini

Ma de gli augelli e de le fere il giorno E de' pesci squammosi e de le piante E dell'umana plebe al suo fin corre. Già sotto al guardo de la immensa luce

Sfugge l'un mondo: e a berne i vivi raggi Cuba s'affretta e il Messico e l'altrice Di molte perle California estrema: E da' maggiori colli e dall'eccelse

Rocche il sol manda gli ultimi saluti All'Italia fuggente; e par che brami Rivederti o Signor prima che l'alpe O l'appennino o il mar curvo ti celi

A gli occhi suoi. Altro finor non vide Che di falcato mietitore i fianchi Su le campagne tue piegati e lassi, E su le armate mura or braccia or spalle

Carche di ferro, e su le aeree capre De gli edificj tuoi man scabre e arsicce, E villan polverosi innanzi a i carri Gravi del tuo ricolto, e su i canali

E su i fertili laghi irsuti petti Di remigante che le alterne merci A' tuoi comodi guida ed al tuo lusso; Tutti ignobili aspetti. Or colui veggia

Che da tutti servito a nullo serve. Pronto è il cocchio felice. Odo le rote Odo i lieti corsier che all'alma sposa E a te suo fido cavalier nodrisce

Il placido marito. Indi la pompa Affrettasi de' servi; e quindi attende Con insigni berretti e argentee mazze Candida gioventù che al corso agogna

I moti espor de le vivaci membra: E nell'audace cor forse presume A te rapir de la tua bella i voti. Che tardi omai? Non vedi tu com'ella

Già con morbide piume a i crin leggeri La bionda che svanì polve rendette; E con morbide piume in su la guancia Fe' più vermiglie rifiorir che mai

Le dall'aura predate amiche rose? Or tu nato di lei ministro e duce L'assisti all'opra; e di novelli odori La tabacchiera e i bei cristalli aurati

Con la perita mano a lei rintègra: Tu il ventaglio le scegli adatto al giorno; E tenta poi fra le giocose dita Come agevole scorra. Oh qual con lieti

Nè ben celati a te guardi e sorrisi Plaude la dama al tuo sagace tatto! Ecco ella sorge; e del partir dà cenno: Ma non senza sospetti e senza baci

A le vergini ancelle il cane affida Al par de' giochi al par de' cari figli Grave sua cura: e il misero dolente Mal tra le braccia contenuto e i petti

Balza e guaisce in suon che al rude vulgo Ribrezzo porta di stridente lima; E con rara celeste melodia Scende a gli orecchi de la dama e al core.

Mentre così fra i generosi affetti E le intese blandizie e i sensi arguti E del cane e di sè la bella oblia Pochi momenti; tu di lei più saggio

Usa del tempo: e a chiaro speglio innante I bei membri ondeggiando alquanto libra Su le gracili gambe; e con la destra Molle verso il tuo sen piegata e mossa

Scopri la gemma che i bei lini annoda; E in un di quelle ond'hai sì grave il dito L'invidiato folgorar cimenta: Poi le labbra componi; ad arte i guardi

Tempra qual più ti giova; e a te sorridi. Al fin tu da te sciolto, ella dal cane Ambo al fin v'appressate. Ella da i lumi Spande sopra di te quanto a lei lascia

D'eccitata pietà l'amata belva; E tu sopra di lei da gli occhi versi Quanto in te di piacer destò il tuo volto. Tal seguite ad amarvi: e insieme avvinti,

Tu a lei sostegno, ella di te conforto, Itene omai de' cari nodi vostri Grato dispetto a provocar nel mondo. Qual primiera sarà che da gli amati

Voi sul vespro nascente alti palagi Fuor conduca o Signor voglia leggiadra? Fia la santa Amistà, non più feroce Qual ne' prischi eccitar tempi godea

L'un per l'altro a morir gli agresti eroi; Ma placata e innocente al par di questi Onde la nostra età sorge sì chiara Di Giove alti incrementi. Oh dopo i tardi

De lo specchio consigli e dopo i giochi Dopo le mense, amabil dea, tu insegni Come il giovin Marchese al collo balzi Del giovin Conte; e come a lui di baci

Le gote imprima; e come il braccio annode L'uno al braccio dell'altro; e come insieme Passeggino elevando il molle mento E volgendolo in guisa di colombe;

E palpinsi e sorridansi e rispondansi Con un vezzoso tu. Tu fra le dame Sul mobil arco de le argute lingue I già pronti a scoccar dardi trattieni

S'altra giugne improvviso a cui rivolti Pendean di già: tu fai che a lei presente Non osin dispiacer le fide amiche: Tu le carche faretre a miglior tempo

Di serbar le consigli. Or meco scendi; E i generosi ufici e i cari sensi Meco detta al mio eroe; tal che, famoso Per entro al suon de le future etadi,

E a Pilade s'eguagli e a quel che trasse Il buon Tesèo da le Tenarie foci. Se da i regni che l'alpe o il mar divide Dall'Italico lido in patria or giunse

Il caro amico; e da i perigli estremi Sorge d'arcano mal, che in dubbio tenne Lunga stagione i fisici eloquenti, Magnanimo garzone andrai tu forse

Trepido ancora per l'amato capo A porger voti sospirando? Forse Con alma dubbia e palpitante i detti E i guardi e il viso esplorerai de' molti

Che il giudizio di voi menti sì chiare Fra i primi assunse d'Esculapio alunni? O di leni origlieri all'omer lasso Porrai sostegno; e vital sugo a i labbri

Offrirai di tua mano? O pur con lieve Bisso il madido fronte a lui tergendo, E le aurette agitando, il tardo sonno Inviterai a fomentar con l'ali

La nascente salute? Ahi no; tu lascia Lascia che il vulgo di sì tenui cure Le brevi anime ingombri; e d'un sol atto Rendi l'amico tuo felice a pieno.

Sai che fra gli ozj del mattino illustri, Del gabinetto al tripode sedendo, Grand'arbitro del bello oggi creasti Gli eccellenti nell'arte. Onor cotanto

Basti a darti ragion su le lor menti E su l'opre di loro. Util ciascuno A qualch'uso ti fia. Da te mandato Con acuto epigramma il tuo poeta

La mentita virtù trafigger puote D'una bella ostinata: e l'elegante Tuo dipintor può con lavoro egregio Tutti dell'amicizia onde ti vanti

Compendiar gli ufici in breve carta; O se tu vuoi che semplice vi splenda Di nuda maestade il tuo gran nome; O se in antica lapide imitata

Inciso il brami; o se in trofeo sublime Accumulate a te mirar vi piace Le domestiche insegne, indi un lione Rampicar furibondo e quindi l'ale

Spiegar l'augel che i fulmini ministra, Qua timpani e vessilli e lance e spade, E là scettri e collane e manti e velli Cascanti argutamente. Ora ti vaglia

Questa carta o signor serbata all'uopo; Or fia tempo d'usarne. Esca e con essa Del caro amico tuo voli a le porte Alcun de' nuncj tuoi; quivi deponga

La tessera beata; e fugga; e torni Ratto su l'orme tue pietoso eroe, Che già pago di te ratto a traverso E de' trivii e del popolo dilegui.

Già il dolce amico tuo nel cor commosso, E non senza versar qualche di pianto Tenera stilla il tuo bel nome or legge, Seco dicendo: oh ignoto al duro vulgo

Sollievo almo de' mali! Oh sol concesso Facil commercio a noi alme sublimi E d'affetti e di cure! Or venga il giorno Che sì grate alternar nobili veci

A me sia dato! Tale sbadigliando Si lascia da la man lenta cadere L'amata carta; e te la carta e il nome Soavemente in grembo al sonno oblia.

Tu fra tanto colà rapido il corso Declinando intraprendi ove la dama Co' labbri desiosi e il premer lungo Del ginocchio sollecito ti spigne

Ad altre opre cortesi. Ella non meno All'imperio possente a i cari moti Dell'amistà risponde. A lei non meno Palpita nel bel petto un cor gentile.

Che fa l'amica sua? Misera! Ieri, Qual fusse la cagion, fremer fu vista Tutta improvviso, ed agitar repente Le vaghe membra. Indomito rigore

Occupolle le cosce; e strana forza Le sospinse le braccia. Illividìro I labbri onde l'Amor l'ali rinfresca; Enfiò la neve de la bella gola;

E celato candor da i lini sparsi Effuso rivelossi a gli occhi altrui. Gli Amori si schermiron con la benda; E indietro rifuggironsi le Grazie.

In vano il cavaliere, in van lo sposo Tentò frenarla, in van le damigelle Che su lo sposo e il cavaliere e lei Scorrean col guardo; e poi ristrette insieme

Malignamente sorrideansi in volto. Ella truce guatando curvò in arco Duro e feroce le gentili schiene Scalpitò col bel piede; e ripercosse

La mille volte ribaciata mano Del tavolier ne le pugnenti sponde. Livida pesta scapigliata e scinta Al fin stancò tutte le forze; e cadde

Insopportabil pondo sopra il letto. Nè fra l'intime stanze o fra le chiuse Gemine porte il prezioso evento Tacque ignoto molt'ore. Ivi la Fama

Con uno il colse de' cent'occhi suoi; E il bel pegno rapito uscì portando Fra le adulte matrone, a cui segreto Dispetto fanno i pargoletti amori,

Che da la maestà de gli otto lustri Fuggon volando a più scherzosi nidi. Una è fra lor che gli altrui nodi or cela Comoda e strigne; or d'ispida virtude

Arma suoi detti; e furibonda in volto E infiammata ne gli occhi alto declama Interpreta ingrandisce i sagri arcani De gli amorosi gabinetti; e a un tempo

Odiata e desiata eccita il riso Or co' proprj misterj or con gli altrui. La vide la notò, sorrise alquanto La volatile dea, disse: tu sola

Sai vincere il clamor de la mia tromba. Disse, e in lei si mutò. Prese il ventaglio, Prese le tabacchiere, il cocchio ascese; E là venne trottando ove de' grandi

È il consesso più folto. In un momento Lo sbadigliar s'arresta. In un momento Tutti gli occhi e gli orecchi e tutti i labbri Si raccolgono in lei: ed ella al fine,

E ansando e percotendosi con ambe Le mani le ginocchia, il fatto espone E del fatto le origini riposte. Riser le dame allor pronte domane

A fortuna simìl, se mai le vaghe Lor fantasie commoverà negato Da i mariti compenso a un gioco avverso, O in faccia a lor per deità maggiore

Negligenza d'amante, o al can diletto Nata subita tosse: e rise ancora La tua dama con elle: e in cor dispose Di teco visitar l'egra compagna.

Ite al pietoso uficio, itene or dunque: Ma lungo consigliar duri tra voi Pria che a la meta il vostro cocchio arrive. Se visitar, non già veder l'amica

Forse a voi piace, tacita a le porte La volubile rota il corso arresti: E il giovanetto messagger salendo Per le scale sublimi a lei v'annunzj

Sì che voi non volenti ella non voglia. Ma, se vaghezza poi ambo vi prende Di spiar chi sia seco, e di turbarle L'anima un poco, e ricercarle in volto

De' suoi casi la serie, il cocchio allora Entri: e improvviso ne rimbombi e frema L'atrio superbo. Egual piacere inonda Sempre il cor de le belle o che opportune

O giungano importune alle lor pari. Già le fervide amiche ad incontrarse Volano impazienti; un petto all'altro Già premonsi abbracciando; alto le gote

D'alterni baci risonar già fanno; Già strette per la man co' dotti fianchi Ad un tempo amendue cadono a piombo Sopra il sofà. Qui l'una un sottil motto

Vibra al cor dell'amica; e a i casi allude Che la Fama narrò: quella repente Con un altro l'assale. Una nel viso Di bell'ire s'infiamma: e l'altra i vaghi

Labbri un poco si morde: e cresce in tanto E quinci ognor più violento e quindi Il trepido agitar de i duo ventagli. Così, se mai al secol di Turpino

Di ferrate guerriere un paro illustre Si scontravan per via, ciascuna ambiva L'altra provar quel che valesse in arme; E dopo le accoglienze oneste e belle

Abbassavan lor lance e co' cavalli Urtavansi feroci; indi infocate Di magnanima stizza i gran tronconi Gittavan via de lo spezzato cerro,

E correan con le destre a gli elsi enormi. Ma di lontan per l'alta selva fiera Un messagger con clamoroso suono Venir s'udiva galoppando; e l'una

Richiamare a re Carlo, o al campo l'altra Del giovane Agramante. Osa tu pure Osa invitto garzone il ciuffo e i ricci Sì ben finti stamane all'urto esporre

De' ventagli sdegnati: e a nuove imprese La tua bella invitando, i casi estremi De la pericolosa ira sospendi. Oh solenne a la patria oh all'orbe intero

Giorno fausto e beato al fin sorgesti Di non più visto in ciel roseo splendore A sparger l'orizzonte. Ecco la sposa Di Ramni eccelsi l'inclit'alvo al fine

Sgravò di maschia desiata prole La prima volta. Da le lucid'aure Fu il nobile vagito accolto a pena, Che cento messi a precipizio uscìro

Con le gambe pesanti e lo spron duro Stimolando i cavalli, e il gran convesso Dell'etere sonoro alto ferendo Di scutiche e di corni: e qual si sparse

Per le cittadi popolose, e diede A i famosi congiunti il lieto annunzio: E qual per monti a stento rampicando Trovò le rocche e le cadenti mura

De' prischi feudi ove la polve e l'ombra Abita e il gufo; e i rugginosi ferri Sopra le rote mal sedenti al giorno Di novo espose, e fe' scoppiarne il tuono;

E i gioghi de' vassalli e le vallèe Ampie e le marche del gran caso empièo. Nè le Muse devote, onde gran plauso Venne l'altr'anno a gl'imenei felici,

Già si tacquero al parto. Anzi, qual suole Là su la notte dell'ardente agosto Turba di grilli, e più lontano ancora Innumerabil popolo di rane

Sparger d'alto frastuono i prati e i laghi, Mentre cadon su lor fendendo il buio Lucide strisce, e le paludi accende Fiamma improvvisa che lambisce e vola;

Tal sorsero i cantori a schiera a schiera; E tal piovve su lor foco febèo, Che di motti ventosi alta compaggine Fe' dividere in righe, o in simil suono

Uscir pomposamente. Altri scoperse In que' vagiti Alcide, altri d'Italia Il soccorso promise, altri a Bizanzio Minacciò lo sterminio. A tal clamore

Non ardì la mia Musa unir sue voci: Ma del parto divino al molle orecchio Appressò non veduta; e molto in poco Strinse dicendo: Tu sarai simìle

Al tuo gran genitore.

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